Un bell’aspetto

Sei visite al blog nell’ultimo mese confermano che non sono diventato un market h 24 o un’emittente nazionale. L’albero aspetta mesi per dare foglie verdi, gemme croccanti, frutti maturi – che possono piacere o meno, è chiaro. La desertificazione delle visite mi dice: sei più simile a un vivente, forse un’oasi, che a una insostenibile ruota da criceto. Quasi insieme ho smesso di annotare in agenda le mie giornate, dopo due anni. Me ne sono accorto solo dopo, recuperando il fiato che la disciplina di cronaca e la vita mi avevano spezzato. Ma è stato bello. Bellissimo anche perché non infinito. L’interruzione non voluta, semplicemente accaduta, darà più valore alle pagine che rileggerò ogni tanto, a breve o chissà fra quanti anni. Frutti caduti che non marciranno mai. Esagerato, in questo caso, è continuare a tenere aperto il blog – come certamente farò – aspettando sempre che qualcosa mi punga nel modo in cui deve per arrivare fin qui. Aspetto, ed è respirare, e mi piace così.

Una sciocchezza decisiva

La mia pecca più grave è forse quella dell’eterna indecisione, benché l’eternità della stessa sia circoscritta al minuscolo tempo della singola vita terrena, e non all’eternità della materia che i fisici dicono limitarsi a cambiare forma. Ad ogni modo, anche solo per la rarità dell’evento, e in forma di eccezione, annoto l’ultima decisione che ho preso, una sciocchezza ma pur sempre decisiva, nata all’alba di questo secondo anno di EsageratOre: non pubblicherò mai nulla nei giorni in cui ho già messo qualcosa l’anno scorso e così per gli anni a venire, finché non avrò raccolto un anno completo di prose, un’esagerazione per ogni giorno dell’anno. Allora chiuderò il blog. Roba grossa, lo so. Ma un blog a tempo determinato, un blog precario in fondo è quanto di più aderente alla qualità esistenziale della generazione a cui appartengo. E poi la prospettiva di una fine, di una conclusione, di una chiusura, dà certo più senso e valore alla piccola vita di qualunque cosa, al suo tempo e persino all’indecisione che attenta ai suoi giorni.

Elogio dell’esagerazione

Tu pensi che se eviti le esagerazioni la vita non ti spezzerà le gambe lo stesso? Io dico, ci pensa già lei a bastonarti le ruote, fidati: esagera. Sarà la rincorsa per spingere in rete il pallone, spaventerà i dubbi altrui sull’interesse che nutri per loro, sarà il contagio che ti darà nuovi compagni, la voce che arriverà alle orecchie lontane o, se le forbici della vita la fermeranno, avrà raggiunto almeno il tuo vicino. Credi che la vita sarà più gentile o più lineare se moderi i termini, moderi il trasporto, moderi le attese? Ascolta: a educare i fiumi, l’acqua sceglie altre vie e il greto si secca in fretta. Restano solo pietre così, levigate. Non incidono più, non tagliano la carne se hai fame e tu, prima, smetti di aver fame, poi ti chiedi perché gli altri hanno ancora fame deprecando e invidiando la loro vita: larga. Aspetto che qualcuno apra il moderatore, aspetto il suo elogio, le sue parole, anzi, le sue mezze parole. Qui le mezze parole saranno sempre quelle in più sulle intere. Tutte in più e nessuna di troppo.

L’oasi

Se un blog non alterna un numero di visite giornaliere a giorni, pure consecutivi, in cui il contatore resta a zero visualizzazioni, ed è caratterizzato invece da un traffico che mai scende sotto una certa soglia di contatti, allora non è un blog: è un centro commerciale. E va bene, ma non rubi il nome a un’altra cosa. Un blog infatti ha ben chiaro il concetto di silenzio, di solitudine, è un’oasi che devi fare un po’ di strada prima di raggiungere. Perché non sta accanto a niente, ma al centro del paesaggio di chi scrive, all’incrocio tra i vostri due deserti; dopo esserti ristorato al fresco delle sue acque, riparti e chissà, forse ci passerai di nuovo nel viaggio di ritorno, se ricorderai la strada e ne varrà la pena. Allora la riconoscerai da lontano: alta fra le chiome delle palme a solleticare i datteri, la bandiera impertinente al vento arido, orgogliosa del numero zero cucito a mano sulla stoffa.

Questo posto

A me piace qui. Ci pensavo a linea spenta e vale rimbalzarlo in connessione. Questo posto, prima di tutto, c’è. E poi, la sua tenuta non dipende da altri davvero: alcuni giorni la conta delle visite è rimasta ferma a zero e in serata ridevo alla scommessa di serbare intatto il grafico, pulito di bucato fresco a pianoterra, come quando rifiuti un’uscita e a casa godi per conto tuo il silenzio croccante del mondo. Ho aperto il 22 settembre e al massimo finora ho avuto 32 visualizzazioni. E mi piace, mi piace questo massimo e quel minimo, entrambi fanno risuonare il posto. Ed è bello sentire di averne uno; oltre il fatto che un blog ormai ha il sapore un po’ rétro della baita in montagna, lontana dalla social metropoli del tempo reale. E si leggono persone che non ti aspetti. Io non ho solo questo, certo. Ma questo anche. E lo auguro a tutti, di avere un posto.