Una luce accesa

Oggi inizia il mese in cui andrò per mare dagli altri miei tutti e mi sento già scivolare sulla notte, saldo al parapetto in cerca delle lucciole nella spuma dello scafo. Ma resto ancora per settimane importanti qui al centro, e al centro del centro, che è la mia casa di Roma. Da qualche mese abbiamo un orologio a cucù molto discreto che canta solo se avverte la luce, tramite un sensore montato sul prospetto svedese della sua casetta. Il giorno e la piantana accesa lo invitano a uscire, annunciato da un lieve sottofondo di suoni del bosco. La sorpresa è stata sentirlo cantare anche sui soli lumini capricciosi e evanescenti dell’albero di Natale, fatto anzitempo con la nipotina passata a trovarci. Gli basta davvero poco, ho pensato in meraviglia, anche se ieri l’abbiamo colto indeciso. Verso le nove di sera, dalla cucina gli abbiamo sentito fare i primi due acuti e poi smettere. Ho detto a Lucia dobbiamo lasciare una luce accesa per lui. L’ho detto proprio io che a casa vivrei in penombra e sorveglio sempre il lievito della bolletta. Quanto si cambia per i motivi giusti nel tempo! Forse stanotte navigherò in sogno con lui tra le mani, curioso di sentire se anche le lucciole nervose del mare basteranno come invito degno del suo canto.

Nero anzitempo

Ora mi aspetto di vedere il passaggio di un’alga o un mollusco fluorescente a mezz’aria dietro la finestra. Tanto è collassato negli abissi il giorno che l’ora solare ha fatto nero anzitempo. Come dal vetro di una sonda sferica, dovrei vedere il mondo oscillare in un grandioso moto oceanico. Invece arrivano dritti i rombi delle auto e i loro squilli di tromba sulla piazza. Nessuna pietosa ovatta da fondo marino blocca i nervi scoperti della città. Nella via sotto casa gli oppressi dentro le auto già cercano posteggio per la fine della domenica. Se la falsa notte di ottobre però ha una cosa da prendere è che questo buio non è la fine. Ci si continua a vivere dentro, si possono ancora invitare gli amici e ridere guardandosi negli occhi. Siamo le bestie che meglio si adattano, ricordi? I primi giorni può essere strano, poi diventa un mantello. E ritrovi calore.

La ditta dentro

La fragilità è una ditta che ti rifà la casa mutandola in una sola sala d’attesa. Non ci sono medici dietro le porte, si aspetta solo che arrivi notte. Allora, infine sull’attenti, un sussurro batte ai denti: baciami che muoio. Viene il bacio sull’acqua mossa della faccia e apre gli occhi al buio della sala. Così lo vedi, è fragile anche tutto a terra, il pavimento dell’attesa è molle, com’è giusta la zolla dei campi che ci affondi i semi dentro. Semi di verdure e di ortaggi, di belle piante e alberi da frutto, semi che chiamano l’altra metà di ogni cosa all’intero della carne. E all’intero della casa, che un giorno si ridà così a stanze di nuovo tutte diverse. Una per mangiare, una per giocare, una per l’amore che non aveva fine.

Oblio

L’oblio si ringrazia col silenzio, perché è l’unico modo di prolungarne il languore. Stando zitti si allunga il piacere del nero che scortica la pelle e ci toglie dalla mente di tutti. Dalla mente nostra persino, che vorrebbe farci alzare la testa, comporre un numero di telefono o cercare spiccioli per il bar. Il piacere della sparizione non ammette contorni. L’assenza di suono che vige nel dimenticatoio rende assurda la stessa vista degli oggetti: le forme e i colori non emettono suono, gli occhi non hanno conferme e alla lunga si tollerano come malformazioni aggettanti dall’orbita che invece deve essere libera, cava di globi superflui, pulita. La pelle addirittura sparisce, il nero finisce di scorticarla da tutte le menti del mondo. Non cadere mai nell’oblio, prima che venga il sole è il testo raffermo di una delle mie prime canzoni. Ne vivo il ricordo, la sua nascita in una mansarda davanti al mare, e vengo pescato da me stesso per l’ennesima volta. Così la tenerezza batte il silenzio e lùce nel nero. Mille volte da ragazzo giocando ho avuto la certezza che in futuro avrei avuto bisogno di me e in giornate come questa avrei ringraziato tutto quel fuoco.

Melograni

La chiamano solare, ma quest’ora nuova che spegne tanto presto la luce e i colori ci fa arrivare alla sera come nell’alto mare aperto, a molte miglia scure dalla costa. E la cena si apparecchia che è già buio alto. Fuori, una madre viaggia con sua figlia risalendo l’Italia in treno, per dare un bacio a un altro pezzo di cuore suo migrato al nord e raccogliere, in vista del ritorno, la madre di cui è ancora figlia, partita prima di lei. Sono passate anche da casa mia, fiammella al centro dell’intero paese, faro contro la violenta estraneità del mondo che pure si vuole e si deve conoscere. In questo alto buio aperto, così, guardo i melograni che ci sono arrivati l’altro giorno dalla Sicilia – li ha portati una zia che vive qui ed è tornata dall’isola in macchina. Incastrata nel frutto che nutre le simbologie di tutte le religioni, fissa alla fioritura che detta i tempi dell’amore nel Cantico dei Cantici e mi ravviva le braci dei muscoli nel petto, c’è la nostra terra lontana. E il sole, in guerra contro l’ora che porta il suo nome.

Il sarto

Domani è il 21 dicembre e il sarto della luce finirà il lavoro, più corto di così l’orlo non potrà essere. Le caviglie nude dei giorni si riavranno dal gelo insieme a una luce sempre più lunga che all’inizio non sarà facile notare. Ma lentamente, sotto il manto invernale coverà il natale delle rondini con le ali aguzze: alte sui prati, le vedremo bucare i cieli per farci passare ancora più luce. E luce così in abbondanza da scardinare anche il giro delle lance sui polsi e spostare il tempo avanti di un’ora. Ora, questo ricamo paziente della natura comincia tra soli due giorni. Prendere le misure di tanto creato è difficile però, perché da ieri e prima ancora la freccia di sangue sulla pietra non si asciuga, continua a colare strappando gli occhi da ogni altra cosa illuminata. E impossibile sembra, rifarsi a un metro unanime di giustizia, di pace e d’amore. Per questo il sarto mi ha chiesto di ricordarvi che lui si accontenta di poco, non servono metri a ordire la sua trama. L’imbastitura di luce avanza per centimetri, dice, anche solo millimetri sul tessuto dei giorni, bastano solo gli scampoli serali. La vita è di luce, un abito rappezzato.