Una luce accesa

Oggi inizia il mese in cui andrò per mare dagli altri miei tutti e mi sento già scivolare sulla notte, saldo al parapetto in cerca delle lucciole nella spuma dello scafo. Ma resto ancora per settimane importanti qui al centro, e al centro del centro, che è la mia casa di Roma. Da qualche mese abbiamo un orologio a cucù molto discreto che canta solo se avverte la luce, tramite un sensore montato sul prospetto svedese della sua casetta. Il giorno e la piantana accesa lo invitano a uscire, annunciato da un lieve sottofondo di suoni del bosco. La sorpresa è stata sentirlo cantare anche sui soli lumini capricciosi e evanescenti dell’albero di Natale, fatto anzitempo con la nipotina passata a trovarci. Gli basta davvero poco, ho pensato in meraviglia, anche se ieri l’abbiamo colto indeciso. Verso le nove di sera, dalla cucina gli abbiamo sentito fare i primi due acuti e poi smettere. Ho detto a Lucia dobbiamo lasciare una luce accesa per lui. L’ho detto proprio io che a casa vivrei in penombra e sorveglio sempre il lievito della bolletta. Quanto si cambia per i motivi giusti nel tempo! Forse stanotte navigherò in sogno con lui tra le mani, curioso di sentire se anche le lucciole nervose del mare basteranno come invito degno del suo canto.

Il segnale

Io ho un wireless potente per la luna, ovunque mi trovo prendo il segnale e, se non la vedo subito alzando la testa, in pochi attimi so dietro quale angolo di palazzo o cresta di monte mi sorgerà davanti se resto fermo ad aspettare che la sua minuscola nebula, dopo aver fatto svanire le stelle in quel nero di cosmo attorno alla mia gravità, diventi aura bianca sempre più nitida e poi curva di falce muta e, in base al ciclo, avida o generosa di forma tonda, sasso galleggiante in questa periferia di materia attratto per mistero dal grano azzurro che immagina par suo silente, ma non sa di che voci e musica può battere al suo levare in orizzonte, sul mare al tramonto e oltre la siepe che restò impigliata al suo volere come a una domanda: che fai tu, in ciel?

Ti ho vista

Uscendo di casa poco fa, ti ho vista sui tetti e sui pini che gemono nell’aria quadrata dei cortili e finalmente ho capito che fai tu in ciel. Impazzire, mi fai. E accorgere adesso che è come una tempesta ormonale l’improvviso desio di trasfigurare la tua perfezione muta in mille e più rivoli scomposti di poesia eterna, non perché degna di te, ma perché in eterno rinnoverei ogni sera la prova di agganciarti all’amo coi miei fili terrestri, finché guardarti non mi farà più sentire questa tigre in gabbia e rotta di smania per te, bella indifferente particola vietata alla bocca degli uomini, amante dei lupi, signora dei boschi.

Quasi giorno

Pochi giorni di vita ancora feriale e busseranno i fantasmi del passato e del presente e del futuro. Marley trascinerà dietro la porta le catene che lo attorcono allo strazio del rimorso. Viene a dirlo una sola volta: il Natale ti guarderà dentro parlando da una bocca gigante che fa la tua voce, ascoltalo e sarai vivo di nuovo. Tu hai paura ma non gli credi, puah!, spegni il moccolo di lato al cuscino e un buio arcigno ti rimbocca le lenzuola. Poi è la notte a cambiare forma. Ora voli sui tetti della vecchia città e dalla finestra ti vedi sgusciare tra le ginocchia dei nonni, la notte dei doni, via di nascosto ai piedi dell’albero allumato accanto al pianoforte; ora cammini per la città di stamattina e ti scopri senza più gambe da evitare, sono gli altri che si aprono come ali del mar Rosso per gli aculei del tuo guscio inossidabile; ora alberghi tra le croci dietro l’angolo, gli addetti alla pala commentano la solitudine di una cassa col tuo nome sopra, senza neanche merli sui cipressi per la grazia di un ultimo canto. Ormai è quasi giorno, l’alba a due passi. Avessi davanti almeno uno dei tuoi cari, gli urleresti dall’altra riva quante cose hai sbagliato. Mi dispiace di tutto, credimi, non lo rifarei, ora capisco. Posso starti accanto di nuovo? Pochi giorni di vita ancora feriale e si sentirà la risposta, sarà il mattino più azzurro.