Una luce accesa

Oggi inizia il mese in cui andrò per mare dagli altri miei tutti e mi sento già scivolare sulla notte, saldo al parapetto in cerca delle lucciole nella spuma dello scafo. Ma resto ancora per settimane importanti qui al centro, e al centro del centro, che è la mia casa di Roma. Da qualche mese abbiamo un orologio a cucù molto discreto che canta solo se avverte la luce, tramite un sensore montato sul prospetto svedese della sua casetta. Il giorno e la piantana accesa lo invitano a uscire, annunciato da un lieve sottofondo di suoni del bosco. La sorpresa è stata sentirlo cantare anche sui soli lumini capricciosi e evanescenti dell’albero di Natale, fatto anzitempo con la nipotina passata a trovarci. Gli basta davvero poco, ho pensato in meraviglia, anche se ieri l’abbiamo colto indeciso. Verso le nove di sera, dalla cucina gli abbiamo sentito fare i primi due acuti e poi smettere. Ho detto a Lucia dobbiamo lasciare una luce accesa per lui. L’ho detto proprio io che a casa vivrei in penombra e sorveglio sempre il lievito della bolletta. Quanto si cambia per i motivi giusti nel tempo! Forse stanotte navigherò in sogno con lui tra le mani, curioso di sentire se anche le lucciole nervose del mare basteranno come invito degno del suo canto.

Il peggiore dei diavoli

Parto il giorno dopo i Magi. Come loro, raggiunto l’indice aereo di uno spigolo, oggi torno alla casa lontana per altre vie, converse da una manifestazione che mi ha segnato e serbo meditandola nel cuore. Ma c’è una luce che pare maggio, per le strade un tepore d’incanto e il sole: c’è questo da lasciare e pietre antiche, specchio degli avi saraceni che mi ribollono nel sangue. L’invitto prende questa città a schiaffi sui balconi e modella le ringhiere come a volerla svegliare, non da un sonno – ché non dorme del tutto – ma da un torpore che la fa recidiva, colpevole, bastarda, lieta di correre allo sprofondo. Benché l’età adulta scavi sempre al quotidiano di ognuno una cinta di solitudine, qui tutti vivono più vicini fra loro godendo alla radice un amore e un calore altrove inesistenti, ma al prezzo alto di un contagio: le reciproche ansie, nevrosi, concorrenze affettive, invasioni di campo e occhi giudicanti, da domare se vuoi crescere un seme che risponda a ragioni solo tue e non altrui. Per questo sono contento di aver preso nove anni fa la via foresta dell’anonimato sociale che ti presenta per ciò che fai e non per la tribù a cui appartieni; per questo sono triste, quando registro i segni della violenza amorosa sui volti dei rimasti in isola ferma. Ben che partire sul far della sera e guardarla dall’alto, passando le ali sulla città, mi permette di darle ancora il beneficio del sonno effettivo, e mi sembra che non ci sia niente di più bello che vedere dormire, forse anche sognare, il peggiore dei diavoli.

Fiore d’autunno

La vita ci ha sparsi dall’isola come polline ovunque sul pianeta. E ci siamo pure trasformati, ognuno nel fiore che già conteneva o in quello che voleva diventare andando a cercare il terreno adatto. Come polline, abbiamo incrociato la strada anche di chi ci ha avuti in allergia e scacciati agitando la mano controvento. Ma noi eravamo nel vento: dopo una lieve flessione, la corsa ci ha spinti in avanti. Adesso il mondo profuma anche di noi, ma nessuno direbbe in una giornata di sole che la nostra bellezza geometrica nasconde anche un po’ di mestizia. Perché da casa non possono sentirci né vederci. Da casa l’olfatto non pesca fino in Canada, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la computer grafica. Da casa, figuriamoci, l’olfatto non pesca nemmeno fino a Roma o a Milano, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la scrittura. Eppure, io credo che ogni odore ricostruisce sempre in sé la strada che ridà al giardino di partenza, come una mappa insita nel genio cresciuto di ognuno. In certi casi, addirittura, sembra che alcuni nascondano fin dall’inizio – come ragione propria del volo che li ha posati altrove – il sogno di crearsi ad arte un ponte privilegiato per tornare a casa in ogni momento. Un arcobaleno che, si sa, è più trafficato nei giorni di pioggia o sul nascere d’autunno.

Ida

Casa e cura, sei sempre stata. Hai sempre abitato queste due parole madri e me ne accorgo solo ora che ti saluto per l’ultima volta, stretta pelle sottile dentro il legno che solo a dirlo mi vergogno di fartelo sapere. Ma ho qui un grido per ringraziarti e pregarti di un’ultima cosa, dopo tutto l’amore che mi hai fatto diventare: diventa il mio angelo, diventa il mio angelo adesso; adesso che non posso, e lo dico – forse ne saresti felice – non voglio fermare il treno del sole che mi chiama a diventare anche io una moltiplicazione. Casa, dunque, hai sempre avuto posto per noi tutti; cura, come di musica e confidenze nel pomeriggio sui miei guai di adolescente.

Solo ora mi accorgo pure di una sincronia, una coincidenza quasi matematica, che in te ha fatto robustissimo il cuore, orologio che non mancò battito nel dilatare un’esistenza già depennata nelle piaghe nere dei fianchi e dei piedi; cuore che del tuo compagno era invece la parte più debole e gli fece incontrare il mistero già vent’anni di mondo fa. Cresciuta come una musa, arsa d’amore per un pianista, sognata da venti spasimanti rifiutati prima e dopo la guerra, rinata a diciott’anni figlia di un medico e libero docente, poi donata al canto isolano e vinta dalle poesie e dalle mani di un uomo radicale, hai messo foglie per dargli ombra di ristoro e frutti al quadrato di vita nuova, hai vinto le bufere stretta a motivi severi e lievi ritornelli, guardando più lontano di molti, dando da mangiare a chi si presentava e coltivandoti in noi come romanzo in un microbo paesino del trevigiano sulle rive del fiume Zero.

Sarebbe giusto pettinare il tempo di questo tuo fiume proprio da lì, come dire dall’inizio, sì, da Zero. Sarebbe giusto e mi sembra quasi una voce di vento da educare, seguendo gli ultimi racconti lucidi che mi facevi il sabato pomeriggio, prima di riminchionire del tutto e fare del mondo un rimando sempre più corto di voci e facce da guardare con sospetto; quando ancora sull’orlo del tuo saluto, a cui solo rispondevi illuminata dal mio dire nonna, sono io, scrissi questi versi finali di una poesia intitolata Madre musica di mia madre: Forse persino ora, lasciato andare via il tuo passato, rimbambita come sei, hai ancora una cosa importante da ricordarci: l’amore si declina sempre al presente, proprio dove sei rimasta incagliata tu: nel mio.

Marco

Il nuovo inquilino

Oggi sono uscito per delle commissioni e fra l’una e l’altra ho visto un camion accostato alla strada con un carico verde. Poco fa sono rientrato in casa con due pacchi: in uno, le copie di spettanza degli ultimi libri che ho tradotto; nell’altro, il nuovo inquilino di questa casa. C’è un olmo adesso qui. Avevo già inserito nella lista dei prima o poi la voce “piantare un albero”, ma l’idea di averne uno e conviverci era meravigliosamente fuori da ogni orbita. Non pensavo ai bonsai, piccole anime viventi. Sono le chiome degli alberi a fare il cielo, alzo gli occhi e il tetto che ora condividiamo ha già virato al celeste. È stata una cosa istintiva, un sì mutato in gesto, un acquisto che non lego a compulsione umorale, perché non riguarda solo me e la puntualità di un oggetto che mi soddisfi al momento, ma un’altra vita da curare. Comunque, se tutte le spese con cui ci coccoliamo riguardassero piante, e non vestiti o cibo (o peggio), il mondo sarebbe un posto migliore. Casa mia adesso lo è.