Il dolorismo

Per mutare la fede in religione, la vita in dottrina e la comunità dei fratelli in istituto gerarchico millenario, hanno solo dovuto cambiare una preposizione. Da malgrado (la sofferenza) a tramite (la sofferenza). Madonne che piangono, cilicio stretto alle carni, digiuni inutili allo spirito, penitenze elargite come caramelle. Ma dov’è scritto nel libro su Gesù che se non si soffre non è bello? Il veleno cattolico, le ragioni della struttura sacra, le promo del sacrificio, come nel “per sempre” ideologico e non esperienziale in fatto di sposalizio, si innescano piallando le complessità relazionali, semplificando i nodi e ignorando le metamorfosi personali, le vicende particolari che mutano il cuore. Sono carri armati che entrano nelle stanze del dolore e dicono: è così che deve andare, è così che acquisti punti e medaglie al valore edenico. Il dolorismo – superstizione sorella dell’idea magica di preghiera e merceologica di compravendita indulgenze – aiuta molto chi non sa cosa fare della propria libertà invitando a restare fuori da sé per restare dentro l’istituzione, vivendo e perfino patendo secondo dottrina. Maggiore è il sacrificio, maggiore è l’amore, no? E se non si è felici, perché il senso di scelte che dovrebbero essere solo nostre è stato appaltato a ragioni non nostre, lasciamo tutto com’è ma preghiamo Gesù, che di certo aiuterà, soprattutto se restiamo immobili, mansueti. Gesù, lo ritraggono sempre coi capelli lunghi. Quante volte ci avrà messo dentro le mani!

Pellegrini

E se c’è una pellegrina sulla terra non è la chiesa coi suoi attici, dicembre che mi arrivi inaspettato, ma è Carlo a cui ho dato il mio giubbotto vecchio contro il freddo e poi mi ha detto vuoi un caffè, portandomi al bar non più vicino per camminarci dentro agli occhi, dove lui ha preso solo acqua – dico, vuoi una bottiglia grande – no, risponde, mezza minerale e la sorbisce dal bicchiere come un aperitivo dei migliori, che la tipa ha dato il resto a me ma io le ho detto no, guarda, ha pagato lui, il barbone con cui sono entrato poco fa. E se c’è una pellegrina sulla terra non è la chiesa coi suoi attici, ma è il nome della persona che ogni giorno sta a cuccia davanti al parco dei motorini, ha cinquantadue anni di occhi azzurri come un paradiso e dice, da quando mi sono perso me ne sto qui perché è un bel posto che se hai quella sensibilità ti può anche venire un’emorragia sentimentale e si sta bene, dice lui che sorride, a me: si sta bene.

Indulgenza

Ieri, nel foglietto la Domenica che c’è sempre a messa, ho letto un riquadro intitolato “Indulgenza plenaria per i defunti”, che parla di acquisti e condizioni. Così: «Possiamo acquistare a favore delle anime del Purgatorio l’indulgenza plenaria (una sola volta) dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il giorno successivo visitando una chiesa e recitando il Credo e il Padre Nostro. Sono inoltre da adempiere queste tre condizioni: Confessione sacramentale. Questa condizione può essere adempiuta parecchi giorni prima o dopo. Comunione eucaristica; Preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice recitando Padre Nostro e Ave Maria. La stessa facoltà alle medesime condizioni è concessa nei giorni dal 1° all’8 novembre e al fedele che visita devotamente il cimitero e anche soltanto mentalmente prega per i fedeli defunti». Esercitando con difficoltà tutta la compassione di cui sono capace, alla fine ho pensato alla funzione consolatoria di tanta superstizione per molte persone, specie anziane, che trovano conforto in questi ricettari, merendine per una fede rimasta infantile: anche questa è umanità, mi sono detto. Rispetto invece all’esercizio millenario del potere che la Chiesa basa tutt’oggi sulla vicenda di un uomo ucciso per quello in cui credeva e che non ha mai voluto imporre niente a nessuno, sono uscito dalla messa pensando: chi dev’essere indulgente con chi?