C’è un mondo

C’è un mondo dove un campanello di bicicletta fa crollare interi edifici. Nessuno vuole morti sulla coscienza, così tutti lavorano al silenzio. Ci sono ospedali del silenzio che curano le persone dove emettono suoni alti: un buco a fischietto tra i denti rotti, una nocca dallo scrocchio eccessivo, una caviglia pigra che fa strisciare il piede. Ci sono fabbriche del silenzio che catturano e impacchettano vuoti d’aria da usare in casa o in vacanza perché non si propaghi il suono. Ci sono scuole del silenzio che agli alunni insegnano il labiale, a scrivere senza poggiare la mano sul foglio e a leggere i libri evitando il fruscio delle pagine. Ci sono le chiese del silenzio dove si prega perché a nessuno scappi un colpo di tosse o uno starnuto durante la cerimonia sul velluto. Ci sono interi stadi e impianti sportivi per il gioco del silenzio che non perde mai nessuno e infatti giocatori e spettatori pernottano almeno due giorni sugli spalti. Ci sono ovviamente i vigili del silenzio che monitorano ogni campanello o altro oggetto pericoloso, specie nelle aree urbane, piene di edifici a rischio crollo. Ci sono cimiteri del silenzio che se ci vuoi andare devi prenotare mesi prima, perché solo lì si può parlare, si può suonare, solo lì si può ascoltare, ridere a piena bocca e fare anche un applauso. Ovviamente, in quel mondo i cimiteri sono pieni di biciclette.

Quasi ogni pena

Il mondo può valere quasi ogni pena,
figlio che nascerai a chiunque
dopo questa attesa
dell’uomo, letargo al contrario
in primavera. Le tane si svuotano
e uno dal dormiveglia
in balcone ha avvistato animali
che prima non c’erano
– nessuno di loro si ferma
a cantare il prodigio del glicine in fiore,
tutti si chiedono invece dove sono
finiti i bambini. Ma loro
giocano, è vero, anche nel sonno
rovina amorosa di tutti
i genitori che ora stiamo diventando.

Inaudito

A quest’ora della giornata ormai prossima all’attracco, ma ancora presa nelle manovre di ingresso al porto, anticipo il silenzio che la notte può donare a una città. Già prima di cena, si esaurirà la tosse dell’asciugatrice in funzione perenne nella lavanderia sotto casa. Il suono delle posate sui piatti, poi, sostituirà quello nervoso dei clacson in piazza lasciando le auto libere di scivolare lontano. Più tardi ancora, solo una risata alcolica dal marciapiede o i gomiti del carro netturbino graffieranno l’audio televisivo azionato dopo cena. Messa a tacere ogni scatola collegata alla corrente, la notte si stenderà in balcone sul filo d’acqua della fontana nel giardinetto del condominio. Reciso quell’unico mormorio, sentirei ancora il respiro della città, i lontani echi della veglia romana che fluttua nell’aria ingiallita dai lampioni. Lasciando però tutta questa antichità al buio pesto delle ore più nuove, in glorioso blackout fin oltre il raccordo, e superati i grilli delle campagne mute fino al lido più vicino, riuscirei a sentire il rumore del mare, qui, dalla mia ringhiera urbana. So bene che ci riuscirei. Ma ho paura che ormai ingestibile, questo infinito calando, abolita ogni forma di vita sonora tra il mio orecchio e la costa, non smetterebbe più di ingoiare il suono successivo e a quel punto sì, anche il battito marino, costringendo il moto delle acque salse alla stasi definitiva per il mio languore esagerato. Così il troppo amore, ho sentito dire, spesso uccide l’oggetto amato.