Assurdamente impreparato

La regola che mi sono dato qui – non scrivere mai due volte lo stesso giorno dell’anno, fino a completare 365 esagerazioni e chiudere il blog – sarà strappata ogni volta per il mio compleanno. Essere a mezzo cammino è già un’idea che stanca e si aggiunge alla ben più onesta fiacca del corpo: oggi cerco un altopiano per riposare un po’, prima di continuare la salita. Che regalo vorrei? Imparare i nomi delle piante in natura, saper riconoscere l’intera gamma dei volatili e decifrare ogni tipo di orma in un bosco; parlare e leggere le lingue del mondo, avere occhi e mani facili su qualunque spartito; fissare la voce dei miei canti. Il tempo veste di grazia gli anni lontani, con la puntuale illusione che ci fa sentire di avere avuto un’infanzia più fortunata di quella che si offre oggi ai nuovi arrivati. Mi chiedo se le generazioni dopo la mia potranno mai persino accorgersi del fiume impetuoso, avendo bevuto da sempre l’algoritmo cieco del presente virtuale. Lo sanno che la vita è cercare un incastro fra tempo e occasione? Io mi auguro di non dover abitare la parola “ormai” e di sentire sulla pelle il mio καιρος, fuggendo il male di trovarmi un giorno assurdamente impreparato a quell’esclusione dalla vita degli altri che è la ripetizione della propria, come si definì un maestro nella selva della sua realtà.

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Una stella

Ieri notte in balcone ho visto una stella nuova, che prima non c’era. È sbucata dallo spigolo del palazzo di fronte, giallognola appena fuori dall’umido alone della luna. È la volta celeste che gira intorno al pianeta, mi sono detto: non sono solo il sole di giorno e il suo specchio di pietra a muoversi, ma tutte intere le geometrie dell’universo. Galileo, non hai ancora convinto nessuno! Nel segreto, l’uomo del sedici è ancora, e forse ancor più stretto a Tolomeo che ai tuoi tempi del cannocchiale. Oggi faccio il compleanno, è mercoledì e mi figuro che questo giorno sia la definizione perfetta della mia età. Se la vita è una sola settimana, trentacinque anni sono il mercoledì mattina in cui apri gli occhi e sai di non poter più maledire altri lunedì. E come è stato bello ieri, il giorno di Marte; neanche quello tornerà più. Perché non si muovono gli astri, ma è nostro il volo, siamo noi una luce che solo altri dopo di noi
                                                                        vedranno, nuova, in balcone appesa una notte.