Abisso

L’abisso interrompe la via piana del giorno: la serie di impegni, l’ordine prestabilito si blocca davanti all’abisso. Ci cadi per un incontro inatteso, una telefonata difficile, un agguato della memoria, un chiodo esumato. A volte è un vuoto gioioso pieno di capriole nella pancia, altre è una visita agli inferi senza anima di fianco. Può essere l’intuizione delle nostre fortune viste dall’alto o il conto millimetrico dei fastidi che cela un intero malessere. Abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando, il tutto oblia compose il conte insuperato. Tutti gli abissi infatti, lieti o dolorosi, sono accomunati dalla dimenticanza. Dispàre il mondo nell’estasi del momento, dispàre la terra nella cuna del tormento. Se non ne esci per un bisogno primario, lo fai perché un altro è nella stanza: ti allunga la mano a spezzare l’incanto e prova un’estrazione indicandoti la via per risalire. Risalire dal bene o dal male, ma a una presenza che comunque li supera entrambi. Il ritorno allora è sempre una richiesta di conferma sulla pronuncia di un nome: oggi era il mio, e il tuo di rimando sulla via.

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Carezza fraterna

Con le nuvole sull’intero paese, questo lunedì mattina somiglia a una domenica notte generosa che ha deciso di allungarsi e diluire il giorno dopo, farlo gentile agli occhi per non abbagliare di violente riprese lavorative la testa che ancora pensa a cosa ho sognato ieri, come risolvere spigoli e dolori che seguitano irrisolti rischiando di diventare scuse, nascondigli per non cambiare mai. La caligine di inizio settimana funziona allo stesso modo: cambia poco la notte da cui esce e pare una tregua del cielo, supplemento che smussa il ritorno alla battaglia; generosa più del dovuto, complice immeritata e perciò molto più efficace, vera empatia, carezza fraterna. Oggi nascondersi è lecito come il sole, è giorno ancora tra due mondi, occasione per vedere le cose dall’alto. Respira, fai il tuo e poi torna a dormire.