Una stanza d’aria

Perché abbiamo smesso di scrivere il luogo da cui mandiamo le lettere, ormai lettere al computer? È solo cambiato il tempo di ricezione – definito reale – non certo i connotati dello spazio, il luogo da cui ogni volta siamo seduti a comporle. Abbiamo azzerato il tempo, ma lo spazio che ospita il corpo (in maniera ancora più fondante e reale del nuovo tempo) non si può azzerare, come scrivessimo da una stanza d’aria che galleggia in cielo. Eppure, a nessuno più importa dove siamo quando gli si dedica il pensiero, a motivo di lavoro, affetto o burocrazia. Non si scrive più. Dove siamo non importa.

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Guerra

Per chi ha più di 300 amici, facebook è una guerra. Non ci credete, non ve ne accorgete ma è una guerra. Su chi è più *qualcosa, e su come essere meglio *qualcuno. Guerra all’ultimo presente: nessuna possibilità di vittoria. Zuckerberg però non vi ha mica costruito una casa ciascuno in cui fare abitare i vostri nipoti e lasciare tracce di voi nei cassetti dello studio con la finestra da cui in estate entra anche la scia del gelsomino. Mark se l’è cavata certo, ma con la sua invenzione non ha fatto la casa a nessuno. A nessuno, dico, con le sue mani. E questa cosa delle mani è fondamentale. A nessuno, con le sue mani ha fatto una casa davanti alla quale puoi farti fare una foto, stamparla e aspettare che ingiallisca. Eppure è ritenuto il padrone di casa nell’acquario blu. Casa senza mattoni, ma fatta di tempo: che ci metti tu. Una casa fatta da lui col tuo tempo, di cui non sei più padrone. Prima, lo abitavi in qualità di capomastro. Ora non più, per il solo vezzo di entrarci ogni giorno. Così si perde una guerra e si muore capendo tardi una grande verità: se si inizia a definire reale una cosa, significa che ce l’hanno rubata.