Ulisse per sempre

Itaca non sarà mai più la stessa. Argo ti ha aspettato, così tua moglie e tuo figlio ormai cresciuto. Tu non sarai più lo stesso di vent’anni fa. Non smetterai mai di tornare. Avrai molti anni di racconto a loro e loro a te per ricucire la trama di un’assenza. Ma la coperta sarà sempre troppo corta. Nel quotidiano, i segni di un tempo incolmabile: in un gesto mai visto prima, una smorfia, un’abitudine, uno scambio di sguardi tra loro che non ti appartiene. Fino all’ultimo giorno, nel tuo letto, con l’ultimo saluto. Per sempre. E chiuderai gli occhi davanti all’ennesima scoperta: solo l’amore compensa le assenze irrecuperabili. Alimentato desiderio di conoscere l’altro, le sue terre straniere che ti vivono accanto.

Crescita felice

Ieri sera, mentre noi cenavamo, Arturo è stato per un pezzo da solo in camera sua a giocare. Non era mai successo prima. Gli avevamo chiesto se voleva sedersi con noi in cucina ma aveva rifiutato seccamente. Ora torna, ci siamo detti, mettendoci a tavola. E non tornava. Non so quanto è durato, ma abbastanza da farci la mangiare la zuppa di cavolo nero alzandoci tre volte con passo felino per vedere che stava facendo in silenzio, nella massima concentrazione, lontano dai nostri occhi. Ci siamo commossi. Sa che siamo qui, abbiamo detto, che se vuole può venire, e questo gli dà abbastanza sicurezza per restare da solo a fare una torre alta di mattoncini. Quella scomparsa dal nostro raggio di osservazione ci ha scaldati con la tenerezza dei rami verdi, elastici e forti per assecondare la crescita esponenziale di ogni tessuto. Come già successo, per esempio l’unica volta che si è addormentato da solo a letto, commovente è stata l’idea di dire addio alla versione di noi che rispondiamo a un suo bisogno. In queste occasioni si rivive la gioia senza riserve che provavamo da piccoli a ogni scatto evidente di crescita, quando una capacità appena acquisita ti fa sentire importante e unico sulla terra. Non avrei mai pensato che crescere potesse farmi ancora felice a quaranta anni. In tv c’era Sanremo coi suoi intermezzi retorici fra le canzoni. Arturo è tornato in cucina, ha ballato per tutta la cover di Live and Let Die, poi è andato a letto con la mamma. Eravamo tutti più grandi.

Farfalle

Crescendo si diventa farfalle e pochi sono disposti a guardarci ancora da vicino accettando l’inquietudine che dà il bruco deforme: quasi tutti si contentano di salutare il nostro volo caotico tenendosi a pochi passi per dire che belle ali, le cose gli girano bene, resto un po’ e torno alle mie lune. Quando sei piccolo le cose importanti ti vengono annunciate come “da uomo a uomo”. Quando sei uomo capisci che tra pari si parla invece come “da stanchezza a stanchezza”. E quanta fatica c’è spesso nel divertimento! Una canzone famosa spiega tutto in modo semplice: ognuno in fondo è perso dentro i fatti suoi. L’equità della solitudine non consola e, benché ogni giorno possiamo trovarci a desiderare l’eremo per qualsiasi motivo, il vero è che in noi – se c’è ancora battito – esiste il bambino che sentendo la continuità del tutto animato e inanimato protesta di non poter giocare più con nessuno; protesta di non poter dire a un suo pari cosa si prova ad agitare le pecore nell’innaffiatoio, offrendogli il prossimo giro davanti al presepe e di nascosto alla nonna, per poi magari strappargli il gioco di mano subito dopo; perché una mano ci sarebbe a cui strapparlo, un compagno ci sarebbe da indispettire, una pace ci sarebbe da reinventare. E tempo ancora, prima che le farfalle inizino a volare.