Non ce n’è uno

Non ce n’è uno che sfugga alle ferite. Per tutti e più volte nella vita, la notte si accende come un giglio di sangue impalandoci davanti a una cruna. Allargami ad accogliere il pianto e la mia debolezza.
Poteva andare tutto bene fin lì, oppure no: magari il fulmine cade annunciato da un lento cumulo di nubi. L’esigente libertà di cui siamo rivestiti ci chiede comunque se passare dritti per la strettoia o restare al di qua della tagliola a distoglierci creando nuovi fantasmi. Davvero non ce n’è uno che sfugge. Concedimi la grazia della resa, la fioritura della pelle che muta.
Ma io ho la bellezza! dicono molti. Ed ecco, la ferita di questi cercatori di protezione è sanguinolenta come un assedio, è anzi la più dolorosa, perché l’incanto estetico scava un vuoto al centro che rinnova solitudini di ferro, limiti a una relazione di carne con l’altro, il diverso da sé, unica e difficile speranza di vita. Di essere sconfinato, *sottile e forte, stremato e forte, debole e forte… forte*.
Solo questa apertura garantisce una primavera dopo il morso della cruna, non l’oblio della ferita ma il suo opposto: l’arto mutilato si integra nella nostra aura dilatando l’aria che ci accompagna, nutrita dalle nostre scelte. Se si sceglie di ritrovare la vita sfuggendo ai fantasmi, certo. Almeno a quelli. Perché alle ferite no, non ce n’è uno che sfugga. Siamo tutti creature fino alla fine.
Ma insieme si può stare davvero.

* da questa meraviglia di Eufemia.

Entrare nella vita

Entrare nella vita è l’espressione usata da Yeshùa nel cunto di oggi per indicare lo scopo del nostro abitare il mondo. L’esatto contrario della rinuncia che da secoli alimenta la retorica del sacrificio cara al veleno cattolico, rassicurante giogo al collo dei timorosi. Altro che rinuncia! Quell’esageratore dice addirittura che nella vita è meglio entrarci mutilati piuttosto che restarne fuori intatti. Vivere è passare strettoie, la possibilità di non vedersi ricrescere i brani di carne incagliati nei denti della cruna. Non per barattare i pezzi del tuo corpo con una salvezza ultraterrena, ma perché dall’altra parte della strettoia c’è qualcosa che per te vale più di tutto, c’è la vita su questo pianeta ecco, e allora devi passare. A volte, la porta per entrare nella vita però non si trova: è il momento in cui la porta siamo noi. Dobbiamo aprirci e dare transito a un’altra anima. Che è un’altra ma sarà pure la nostra, nuova. Dopo essere state aperte, infatti, le porte della vita non si chiudono mai sugli stessi cardini.

Strettoie

Vivere è passare strettoie. L’ultima che mi ha portato dall’altra parte ha trattenuto i baci di un amore radicale; confido di intravederlo in una fogliolina verde accanto alle altre che, dopo i vari passaggi, mi sono cresciute ogni volta sul fianco sinistro, appena sotto il braccio. Per questo, se sento dire agli altri sono felice non mi cresce l’invidia: anche loro hanno passato strettoie pagando un prezzo, la possibilità di non vedersi ricrescere quanto incagliato nei denti della cruna. Quelli che dicono di essere felici, e la loro felicità è viva e vera, hanno rivisto in forma di gemma i brani della carne che si erano lasciati dietro; quelli che si dicono felici, e la loro felicità è di plastica e cieca, non hanno visto ricrescere il bene immolato perché non hanno passato davvero alcuna strettoia: sono rimasti dov’erano, braccia esauste a cercare di tirarsi dalla loro parte il destino che invece li aspettava al di là di una rinuncia. A volte le foglioline verdi di chi ha passato la cruna diventano musica, altre volte si fanno scrittura; a volte fondano il lieve strabismo di chi vede i miracoli dell’altrove, altre volte incastrano il fascino di una salubre malinconia nell’autenticità del sorriso. In sogno capita di stilare l’elenco sempre più lungo delle foglioline che aspettiamo dall’altra parte. Il primo Natale ha cambiato in gemma la nostre ali d’angelo. L’ultimo sarà difficile distinguerci da un gomitolo verde.