Il creato

Ti piace, l’albero, verde? Ti piace, il cielo, azzurro? E il mare, ti piace liquido? Ogni cosa ti presento e ogni domanda è sincera. Figlio, con te alla finestra, ignoro l’impotenza del mio capriccio e il fatto che le cose sono già date prima del nostro arrivo. Te lo chiedo con tutto me stesso: ti piace, l’albero, verde? Ti piace, il cielo, azzurro? E il mare, ti piace liquido? Tu metti la bocca a forma di mondo per lo stupore e sorridi ogni volta per dirmi che tutto ti piace com’è. Ma la durata dei tuoi esami toglie il fiato. Potresti dirmi anche di no, metto vero in conto che potrebbe non piacerti una parte del creato e io mi darei a cambiarla, sicuro di riuscire. Ti chiederei solo un po’ di tempo. Andrei alla fucina del monte che ribolle, fonderei la materia e ti farei di nuovo una domanda per ogni cosa e così, avanti, finché l’esame dei tuoi occhi non finirebbe in un sorriso. Ti piace, l’albero, azzurro? Ti piace, il cielo, arancione? E il mare, ti piace come vola il mare? Vedi piccolo, ti direi, è stato sempre tutto così.

Ida

Casa e cura, sei sempre stata. Hai sempre abitato queste due parole madri e me ne accorgo solo ora che ti saluto per l’ultima volta, stretta pelle sottile dentro il legno che solo a dirlo mi vergogno di fartelo sapere. Ma ho qui un grido per ringraziarti e pregarti di un’ultima cosa, dopo tutto l’amore che mi hai fatto diventare: diventa il mio angelo, diventa il mio angelo adesso; adesso che non posso, e lo dico – forse ne saresti felice – non voglio fermare il treno del sole che mi chiama a diventare anche io una moltiplicazione. Casa, dunque, hai sempre avuto posto per noi tutti; cura, come di musica e confidenze nel pomeriggio sui miei guai di adolescente.

Solo ora mi accorgo pure di una sincronia, una coincidenza quasi matematica, che in te ha fatto robustissimo il cuore, orologio che non mancò battito nel dilatare un’esistenza già depennata nelle piaghe nere dei fianchi e dei piedi; cuore che del tuo compagno era invece la parte più debole e gli fece incontrare il mistero già vent’anni di mondo fa. Cresciuta come una musa, arsa d’amore per un pianista, sognata da venti spasimanti rifiutati prima e dopo la guerra, rinata a diciott’anni figlia di un medico e libero docente, poi donata al canto isolano e vinta dalle poesie e dalle mani di un uomo radicale, hai messo foglie per dargli ombra di ristoro e frutti al quadrato di vita nuova, hai vinto le bufere stretta a motivi severi e lievi ritornelli, guardando più lontano di molti, dando da mangiare a chi si presentava e coltivandoti in noi come romanzo in un microbo paesino del trevigiano sulle rive del fiume Zero.

Sarebbe giusto pettinare il tempo di questo tuo fiume proprio da lì, come dire dall’inizio, sì, da Zero. Sarebbe giusto e mi sembra quasi una voce di vento da educare, seguendo gli ultimi racconti lucidi che mi facevi il sabato pomeriggio, prima di riminchionire del tutto e fare del mondo un rimando sempre più corto di voci e facce da guardare con sospetto; quando ancora sull’orlo del tuo saluto, a cui solo rispondevi illuminata dal mio dire nonna, sono io, scrissi questi versi finali di una poesia intitolata Madre musica di mia madre: Forse persino ora, lasciato andare via il tuo passato, rimbambita come sei, hai ancora una cosa importante da ricordarci: l’amore si declina sempre al presente, proprio dove sei rimasta incagliata tu: nel mio.

Marco

Tenerci

È questo l’uomo, uno che alla fine “ci tiene”. Come dire il Nobel non è oro per definire la grandezza di un autore ed è frutto di giochi politici, e poi rimanerci se non lo danno al tuo scrittore preferito; come dire quella persona mi dà ai nervi, e poi rimanerci se non ti invita a casa sua; come dire basta, la Chiesa è corrotta – pietra sopra – e poi rimanerci ogni volta se non cambia. È questa incoerenza, speranza irriducibile, amore sconfinato.