L’oasi

Se un blog non alterna un numero di visite giornaliere a giorni, pure consecutivi, in cui il contatore resta a zero visualizzazioni, ed è caratterizzato invece da un traffico che mai scende sotto una certa soglia di contatti, allora non è un blog: è un centro commerciale. E va bene, ma non rubi il nome a un’altra cosa. Un blog infatti ha ben chiaro il concetto di silenzio, di solitudine, è un’oasi che devi fare un po’ di strada prima di raggiungere. Perché non sta accanto a niente, ma al centro del paesaggio di chi scrive, all’incrocio tra i vostri due deserti; dopo esserti ristorato al fresco delle sue acque, riparti e chissà, forse ci passerai di nuovo nel viaggio di ritorno, se ricorderai la strada e ne varrà la pena. Allora la riconoscerai da lontano: alta fra le chiome delle palme a solleticare i datteri, la bandiera impertinente al vento arido, orgogliosa del numero zero cucito a mano sulla stoffa.

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Scrittori

Se ti piace scrivere, scrivi, dicevo. Il giornalismo è un mestiere per chi ama stare al centro, ha la cervice adatta a insistere rompendo i coglioni o, in alternativa, chiunque sa farsi assumere con l’art. 1 del contratto nazionale. Attività completamente diverse, ribadivo ai colleghi praticanti appena conosciuti. Premesso ciò, ricordo che scherzando (neanche poi tanto) si diceva dei giornalisti: sono quelli che spiegano a tutti cose che per primi non capiscono neanche loro e – interessante, forse da qui nasce l’equivoco tra le due professioni – ora credo che per gli scrittori si possa ricalcare lo schema: sono quelle aquile che descrivono con un controllo perfetto della lingua aspetti della loro realtà che non riescono a controllare bene e a spiegarsi, anzi che gli sfuggono proprio, anche dopo averli descritti in maniera tale da sembrare che li abbiano domati, gli stessi che molti presumono di aver già schedato da anni e invece, guarda, ecco come si chiamava quella cosa lì, sentivo che stava stretta nelle cartelline in cui avevo cercato di infilarla ogni volta da un lato diverso, procurandole i calli nell’ultima in cui l’ho archiviata e finalmente, dopo aver letto lo scrittore, invece della mia etichetta angusta posso darle un torace e un nome nuovo, un nome lungo una frase, un capitolo, un libro intero che, mentre leggevo, pareva lo stessi inventando.

Una oscurità da eccesso

Nel 1980, appena uscito Il Galateo in Bosco, Andrea Zanzotto incontra gli studenti di una scuola di Parma. Uno studente chiede: «Come mai la poesia contemporanea è spesso difficile da capire?». Il poeta risponde: «C’è una comprensibilità che si realizza in modo immediato, ma è quella che può avere un articolo di giornale, anzi che è indispensabile in un articolo di giornale. Nella poesia non è così […]. Pensate al filo elettrico della lampadina che manda la luce, il messaggio luminoso, proprio grazie alla resistenza del mezzo. Se devo trasmettere corrente a lunga distanza, mi servo di fili molto grossi e la corrente passa e arriva senza perdite a destinazione. Se metto, invece, fili di diametro piccolissimo, la corrente passa a fatica, si sforza e genera un fatto nuovo, la luce o il colore. Così accade nella comunicazione poetica, nella quale il mezzo è costituito dalla lingua. L’eccessivo addensarsi dei significati, dei motivi, il sovraccarico di informazioni, può però provocare un ‘cortocircuito’, una oscurità da eccesso, non da difetto».

Frammento da questo articolo di Andrea Gentile su Nuovi Argomenti.