Una storia comune

Mio padre è il mio inizio. Mio padre è nato nel mese per tutti iniziale, oggi. Anche la data ribadisce la valenza doppia dell’inizio che è mio padre, per me e per tutti, usando nella cifra per due volte il numero uno. Come dire, a scanso di equivoci. Mio padre ha una storia comune, condivisa dalla sua generazione, canta la canzone più commovente di De Gregori e De André. L’improvviso iniziale del contrabbasso mi situa alla finestra di un palazzone alla periferia di Palermo, largo Strasburgo, decimo piano. Mio padre il sabato mi porta al cinema – costa ottomila lire (forse per me solo quattromila), tra gli altri film vediamo il primo Batman di Tim Burton. Mio padre va spesso in trasferta per il suo lavoro importante che non capisco e quando torna ha sempre un giocattolo da darmi: una macchinina, un robot mostruoso, un aquilone. La vita è semplice, è sempre sabato, io ho otto anni e sono una nave pirata; l’aria profuma di cortile, scambi di figurine e partite a pallone davanti ai garage, mentre papà è su a casa a riposare ma io sento lo stesso il suo sguardo su di me. Ed è per questo che la vita è semplice. Da qualche tempo, ormai consumati più decenni da quella casa e da quel mondo, sento su di me anche il suo odore. Anzi, sono proprio io. La mattina, nel letto della mia città lontana, lo riconosco: viene da me. Adesso, in qualche modo ho il suo profumo, la vita è ancora semplice e anch’io posso vantare una storia comune.

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Nella vastità

Le nostre vite procedono qui alla costante velocità del tempo, tra mare piatto, lente salite e cadute di schianto per i muri alti delle onde. È già successo di chiederci, con lo sguardo cambiato, hai più saputo niente di cosa sono diventato ogni volta che ho preso altre decisioni? Ma nella vastità oceanica che ogni giorno misura la nostra distanza di abissi sempre più umani, e ci fa sentire perduti in creature ben diverse l’una dall’altra, io so che la mia stella e la tua sono rimaste vicine: nate dallo stesso fuoco, la notte brillano ancora accanto sulle acque generose del pianeta, e così pure faranno quando saremo polvere che fruga le radici degli alberi. Un mistero senza nome ci ha fatto compagni nella luce che fulmina i corridoi dell’universo.

Falco

Sento pretendo e so di avere occhi di falco. Non per quanto lontano riesca a vedere, fermo in un posto, ma per quanto con lo sguardo sento di volare sulle teste dei cari a cui penso forte, nelle loro vite staccate dalla mia che li raggiunge con certezza. Volo sulla testa di una persona che oggi affronterà una cosa difficile, sulla testa di un’altra che niente di grave ha oggi se non riuscire a far quadrare tanti impegni di lavoro e famiglia, su quella di una terza anima mia che si arriccia di stizza per tutto aggrovigliata in un periodo di atra solitudine. Di me, inchiodato a ritmi diversi nell’aria di un’altra città, conosco gli occhi davvero e, giuro, i miei occhi sono il conforto e la coperta di vigilanza calore affetto e protezione sulle loro teste. Da tanti anni abbiamo ormai dimostrato che c’è un mondo in cui le cose possono comunicare senza fili. Così loro possono certo sentire me, irradiato nei pochi centimetri quadri d’aria che hanno davanti, poco sopra la fronte, rimpetto all’attaccatura e al profumo dei capelli.

Pan di stelle

Polvere di biscotti sull’accapo
della prima colazione,
il pacco dei pan di stelle
vuol sapere se un angolo di cielo
può essere rotondo,
oggi fai il compleanno e penso
di scriverti come ai tempi
comunque nostri della carta
e delle vite ancora convergenti,
hai più saputo niente
di cosa sono diventato ogni volta
che ho preso altre decisioni?
Più tardi metterò anche la voce
rotta da confermare
nello spazio di ogni mattino:
bocca a rapporto, qui è il cuore
rispondete, passo.