Farfalle

Le foto nel cassetto, quelle con la data scritta dietro, magari un commento – i magnifici! – vecchie di dieci venti trent’anni restano lì chiuse, nessuno le prende mai ma una volta, la domenica, solo una volta in tutta la giornata – e chissà quando: ogni domenica a un’ora diversa – vibrano come farfalle nelle scatole e nei raccoglitori o libere tra fili arricciati e ritagli di carta regalo, farfalle, chiedono di uscire e posarsi sulla mano ma lo fanno in silenzio, nessuno può sentirle, la richiesta si può solo decifrare da piccoli segnali: l’arcobaleno teso dai vetri del lampadario fino al divano; l’ombra della tenda che sventola sulla porta bianca come un sipario; l’odore di un mandarino sbucciato fra il dolce e il caffè; le note di pianoforte che dal palazzo antistante volano fin dentro casa; l’acciottolio delle stoviglie che qualcuno sta pulendo in cucina e altre epifanie disponibili come variazioni sul tema. Sono mille i linguaggi usati dalle foto nel cassetto che chiedono di essere riprese in mano ogni tanto, la domenica, nel corridoio spalancato da una vita intera e per quella sua interezza – già solo per quella, nel bene e nel male – vita meravigliosa.

Accanto

Domenica nei boschi e mari dimenticati
dai tornati in città a impastare
la fatica di domani, lievita
da qui al crescere della notte
e spera chiunque di abbracciare
l’anima compagna trovando
negli occhi del lupo simile accanto
il sorriso del va bene così
vieni più vicino contro la fine del giro
da qui fino alla frana verde del mattino.

Metà sopportazione

Il mare è salato, il sudore è salato. Il mare è il sudore della Terra e aumenta sempre di più: le acque già iniziano a coprire le spiagge nel maggese letale dei ghiacci che si riducono ai poli. La Terra fatica, da madre cerca ancora di contenere il nostro do re mi, ma canterà molto più a lungo di noi: cinque miliardi di anni le restano, finché dura il ciclo del sole che è arrivato a metà. Metà sopportazione. Poi la stella diventerà rossa – l’ho letto giorni fa – e questo granello celeste che ci dà respiro, e noi glielo togliamo, si aggiungerà alla polvere cosmica nelle anse del tempo. Avverrà una domenica perché, una volta iniziato, il conto è reperibile all’infinito. Non ci saranno più uomini a contare, ma sarà certo domenica. Una domenica come questa, il mare annegherà il cuore superstite del deserto africano. E noi saremo finalmente chiusi, completi in una storia fatta di luce solare, terra fin quando ce n’era, vita cosiddetta intelligente e altra ancora migliore: tra le rovine, vita di alberi in fiore.

Alla fine dei sette

Forse è la domenica sera il punto più lontano
che si possa raggiungere,
la fine di tutte le varianti possibili
stando al paroliere dei giorni
che domani riprendono col nome di lunedì.
Ed è stare insieme, ognuno
con le sue paure, stare insieme
senza risolvere niente
ma insieme fino al punto più lontano
– uniti da risultare pazzeschi
è questo che conta di più alla fine dei sette.

Il vostro giorno

L’etimo dice che la domenica è il giorno del Signore, ma se avete una casa io dico che invece questo è il vostro giorno – una casa che, se non di mattoni, può essere fatta dalla vicinanza di una persona che dia lo stesso calore – perché prima del signore viene la casa, prima del dominus, la domus, altrimenti non si è signori di nulla. Ci sono case che aspettano signori, ma nessun signore finché egli non raggiunga quel calore, di persona o storia dentro certe pareti.

Lovelorn man

Lo stambecco bianco si può avvistare solo la domenica che, anzi, si chiama così proprio dalla prima volta in cui fu avvistato l’animale che, infatti, era un esemplare femmina e il titolare degli occhi decise di chiamarla Domenica che, poi, la sera stessa uomo e animale videro accendersi i chiari nel manto ingobbito della montagna che, infine, si riempì di canto alla nascita del bambino sotto il cielo del Paradiso che, fino a oggi, ancora quell’uomo gli dà tutta la colpa ma sorride come sembrano fare dall’alto le curve in salita.