Un librone

Ieri è arrivato a casa un librone Adelphi del 1986. Stamattina l’ho aperto, ho letto un testo che già ben conoscevo e mi sono accorto per la prima volta di un aspetto che nessuno ha mai sottolineato di quel testo, nelle sue tante citazioni saggistiche. Alzo gli occhi dalla pagina e resto in ammirazione fisica: il grande formato, la grammatura consistente, il font riconoscibile, la testatina, i corpi diversi dei caratteri, l’odore della carta matura, le quinte azzurro avio delle alette in sovraccoperta, questa precisa combinazione di ogni elemento mi ha predisposto e fatto vedere quello che altrove non avevo mai visto, all’interno dello stesso testo, in tutti gli altri luoghi fisici e digitali di consultazione. E mi è sembrato di stare per un attimo davanti al volto in filigrana di Roberto Calasso, di più: quasi mi è parso di sentirne la voce, la cadenza, il timbro, nell’ovatta di uno studiolo pieno di libri a ogni latitudine. Diceva, lo stai facendo bene, perché noi lo abbiamo fatto bene; questo è l’oltre fantastico dei pensieri comunicanti; questo, diceva, è il motivo che ci ha sempre convocati nel golfo mistico dell’inattuale. Inconsumabile.

Aspetta

Ho aspettato molto, compreso tanto e ringraziato, ancora aspetto, capisco il mondo ma logora questo, vorrei andare oltre, non so andare né ancora aspettare e, se un giorno arriverà, mi sentirò la settima scelta, di esserci in via fortunosa, non per diritto o per merito, ma darsi importanza da soli è ridicolo, sta a voi, mi avete detto lo sei ma aspetta, così un lavoro e un’attesa, poi una conferma, la conferma e un altro infinito silenzio, nulla ai miei chiesti aggiornamenti, vedo molti passare davanti, non voglio passare, voglio solo sapere, non mi arpionate all’attesa altrimenti aspetto, sappiatelo e sappiate che basta, ormai non sono più, è andata oltre, l’attesa abita ora una pietra, qualcosa risorgerà, ma non sarò più io, né più questo io, avrò il mio nome sul titolo, ma l’ira eclisserà la lusinga: aspettare oltre – e io sono oltre – muta in furie contro le sbarre, in bestie che non vogliono uscire, solo piegare i ferri e poi restare, al riparo dalla pioggia che l’anima ha già traversato da anni, e da lontano le guarda, le bestie sue, nella calma più arresa e totale, scrivendo questi fiumi e sperando che non si leggano, ma siano carezza alle furie in attesa, che è attesa di non uscire.

Autostop

Quand’è che le pubblichi? Please 🙂 Ieri un’amica mi apprezzava così, oltre il mi piace, nei commenti a una poesia che ho messo in bacheca. Pensavo di risponderle che il punto non è rilegare i testi, dopo averne trovato la chiave unitaria: all’inizio influirebbe di certo sulla mia considerazione, ma poi resterei davanti allo specchio chiedendomi e ora? Il punto invece è trovare un maestro che dica perché non ancora e, dopo una mareggiata, ci siamo, dica – anzi: eccoti! e confermi l’innamoramento per te premurandosi di contagiare il mondo intero. Nelle more che avvenga, ammesso in toto che una persona efficace si innamori delle mie colonne, favolavo sulla preziosità delle pagine bianche che ogni raccolta di autore già consolidato ha tra il frontespizio e la prima pagina effettiva del libro. Mi sono detto, non volete pubblicarmi? Bene. Pollice in alto, potreste concedermi un autostop editoriale: una mia poesia sul risguardo di ogni opera meritoriamente pubblicata. Come i nuovi gruppi aprono i concerti delle grandi star. Poesia matura, se anche tu viaggi verso il lettore, un passaggio che ti costa?

Caro scrittore

Bene, hai mandato un testo e aspetti una risposta ma, invece di star lì a pensare sempre quando avrò notizie, convertiti e pensa ormai l’ho mandato per sempre, come nel flusso autonomo che ti passa davanti alla finestra e conta solo questo, che sei uscito dalla stanza: la risposta è un incidente e può dipendere da molte cose, come dall’inclinazione della pioggia in un tornante.