Più amore

Serve più amore di prima, più amore di sempre. Più amore per gestire tanta conoscenza degli altri, tanto potere nelle nostre mani. E non esserne schiacciati in forma di giudizio e autoesilio. Come l’amore necessario a gestire bene i difetti peggiori e immodificabili che solo noi conosciamo dei nostri cari più intimi. Così serve più amore, per gestire al meglio le brutture del sistema umano collettivo uscite molto più allo scoperto negli ultimi decenni. Posso usare il potere per rinnovare critiche e giudizi, confermando a loro e a me stesso una distanza utile a definirmi. Oppure, userò il potere per lasciare che la genesi a me nota delle irriducibili brutture altrui mi faccia da balsamo per le ustioni immediate sapendo che ne provoco anche io negli altri e, finché posso contare sul bene di fondo che ci lega, posso scegliere di mantenere una vicinanza insostituibile. La vicinanza insostituibile e non eterna dei miei più cari amori val bene l’assimilazione dei loro tratti peggiori, quelli che conoscono in pochi e sono esposti al solo possibile peggioramento con gli anni. Per questo serve più amore di prima, più amore di sempre. Per chi, almeno, pensa che sia possibile ancora una vicinanza col mondo, una parola che nasca e venga restituita al presente così com’è, e non come vorremmo che fosse. Amore per il presente, anche nel furore più acceso di una proposta alternativa – ma in positivo, appunto, per migliorare la vicinanza reciproca – finché possiamo contare sul bene di fondo che ci lega all’esistenza, possibilità aperta di farci vivi ogni tanto.

A cosa serve l’amore

Gravidi invero, o Socrate, sono tutti gli uomini, e nel corpo e nell’anima, e quando sono giunti a una certa età, la nostra natura brama di partorire. Ma nel brutto non può partorire, nel bello invece sì […]. Perciò, ogni volta che un essere gravido si avvicina a ciò che è bello, si dispone alla benevolenza, e rallegrandosi si diffonde e partorisce e procrea; quando invece si avvicina a ciò che è brutto, allora, incupito e rattristato, si contrae, cerca di scostarsi, si rinchiude e non procrea, e piuttosto, trattenendo in sé la creatura concepita, la sopporta penosamente. Onde sorge appunto, in un essere gravido e ormai turgido di latte, la violenta emozione a riguardo di ciò che è bello, poiché questo libera chi lo possiede da grandi doglie. L’amore infatti, o Socrate, non ha come fine ciò che è bello, come invece tu credi.
– Ma che cosa allora?
– La procreazione e il dare alla luce in ciò che è bello.

Platone, Simposio