Un librone

Ieri è arrivato a casa un librone Adelphi del 1986. Stamattina l’ho aperto, ho letto un testo che già ben conoscevo e mi sono accorto per la prima volta di un aspetto che nessuno ha mai sottolineato di quel testo, nelle sue tante citazioni saggistiche. Alzo gli occhi dalla pagina e resto in ammirazione fisica: il grande formato, la grammatura consistente, il font riconoscibile, la testatina, i corpi diversi dei caratteri, l’odore della carta matura, le quinte azzurro avio delle alette in sovraccoperta, questa precisa combinazione di ogni elemento mi ha predisposto e fatto vedere quello che altrove non avevo mai visto, all’interno dello stesso testo, in tutti gli altri luoghi fisici e digitali di consultazione. E mi è sembrato di stare per un attimo davanti al volto in filigrana di Roberto Calasso, di più: quasi mi è parso di sentirne la voce, la cadenza, il timbro, nell’ovatta di uno studiolo pieno di libri a ogni latitudine. Diceva, lo stai facendo bene, perché noi lo abbiamo fatto bene; questo è l’oltre fantastico dei pensieri comunicanti; questo, diceva, è il motivo che ci ha sempre convocati nel golfo mistico dell’inattuale. Inconsumabile.

‘ito bene

Quand’ero piccolo mi addormentavo quasi a malincuore, poi mi svegliavo e facevo qualche storia senza un motivo apparente. In realtà, aprendo gli occhi, mi accorgevo di aver ceduto alla volontà dei genitori e protestavo per essermi perso qualcosa vissuto dagli altri rimasti in piedi – un gioco, una scoperta in più che avrei potuto fare. Dormire era una presa in giro mentre io volevo correre dritto verso l’orizzonte dell’età che avevo, senza giri perditempo. Crescendo, si sviluppa la dinamica opposta. Ora amo prendere fiato nel giro dei sogni, soffrendo come tutti certe giornate che vanno dritte a una fatica, alla gestione di una responsabilità. Oggi, però, il problema della preferenza accordata all’uno o all’altro stato, del sonno o della veglia, me lo ha fatto superare del tutto una sintesi di Arturo. Dopo essersi svegliato una volta dal riposo pomeridiano, tra lamenti che mi hanno fisicamente ricordato com’ero io alla sua età, ha continuato a dormire per un po’, rassicurato dalla mano di sua madre. Al secondo risveglio era già diventato grande: Mamma, mamma, ‘ito bene! Ha iniziato a formulare di sua iniziativa frasi di due parole da pochi giorni, al massimo una settimana. Questa è una delle sue prime verbalizzazioni naturali. Lucia non ci crede. Mi chiama: Marco, vieni a sentire che dice Arturo! Dillo a papà, amore. Papà, ‘ito bene! Ma come? Poco fa ti lamentavi e ora apprezzi il meccanismo. L’epifania mi rivolta come un calzino. Si può dormire bene, pur avendo appena protestato per l’inganno del sonno sulla realtà; si può protestare per l’inganno del sonno sulla realtà, pur avendo effettivamente dormito bene. Godimento dei sogni e desiderio di realtà convivono. L’ho imparato oggi da un bambino di due anni.

Meno sei lontana

Luce, più duri meno sei lontana. Oggi ho sorpreso il sole infuocare il pomeriggio ancora dopo le cinque, nel punto di fuga tra i palazzi in fondo alla via – alzo la testa e il cielo inaugura mille virate dal celeste al verde arancione. Domenica siamo stati al parco antico e per la prima volta ho visto mio figlio strappare a ruota i fili d’erba dal prato alto ai margini del telo – impeto di gioia. Dopo otto giorni che l’Etna divampa nella notte arrivandoci con foto e video strabilianti, oggi a Palermo si sono svegliati con la cenere sui terrazzi e nei balconi (spingi ancora, materia dalle viscere, copri la distanza, io ti aspetto, spingi nell’aria e arriva fin qui, dammi il bisogno di pulire a terra in preda allo stupore, spingi, sorvola Pompei, cadi al centro di casa mia, faccio un buco nel tetto dell’edificio e metto un cartello accanto all’antenna televisiva: isola madre nel cuore, prossima uscita). Stamattina, dalla mia camera tutta in penombra avevo comunque il sole in mano, era appeso a una lenza lunghissima e tirava guizzando nelle stanze degli altri collegati alla stessa riunione da città sparse in tutto il paese. Poco fa, mentre sparecchiavo ho sentito mio figlio giocare con sua madre facendo l’esatta risata di uno scoiattolo che vola tra i rami più fini degli alberi. Un elenco non basta, ma niente che riguardi la luce può bastare, questo disordine amoroso è il massimo traguardo. Luce, del tempo fai grovigli e lo rivolti, lo spazio trema quando passi, ti nascondi in stormi di cenere migrante, non so come fai come faccio, come farei, altrimenti. Tu mi hai insegnato tutto.