Attesa

Le nubi galoppano in squadra su un vento scomparso da mesi che ora scalza le maglie antizanzare dai binari, apre a mille bocche i rami asciutti degli oleandri e mi nutre una buona attesa di pioggia. Qui non si è ancora staccata dal cielo, ma un amico mi ha detto che a Palermo piove già da dieci minuti. La mia villa invece fluttua sul pomeriggio come una lancia smarrita davanti all’imbocco del molo. Ti sei portata via il sole, i gatti non trovano più la strada per il cancello e le foglie tremano come endecasillabi, all’idea che il manto rompa un solletico di gocce ormai dimenticato. Ma ancora non piove. L’estate ha seccato ogni riserva e chiesto molto, tutto, alla terra: è fuoco da quattro mesi. Il caldo spietato ha fatto olocausto di lumache: se mai ripioverà, saranno in poche a uscire dalle radici. Allo spasimo degli alberi ora si unisce un pungolo di cicale – scendi, pioggia, fallo per noi! Il vento però è caduto, nell’aria torna una paralisi itterica e non c’è più moto di nubi a spezzare l’equilibrio dell’acqua. Forse a quest’ora ha smesso anche a Palermo. Se il cielo non si commuoverà nemmeno oggi, i fiumi e i laghi saranno cenere in pochi giorni, i campi già scheletrati si ridurranno a un mucchio di sterpi e il mondo rimarrà solo davanti alle aride schiene dei monti uccisi dalla peste umana nel diciassette. Quando ti ho lasciata stamattina, punta Raisi era scossa da un mare bianco. Ti sei portata anche il vento che lo gonfiava? L’attesa è l’ultima cosa che resta. E una sete.

Annunci

Cucciolo

L’estate mi fa sentire ancora piccolo, per ciò che piccolo significa vivere una condizione in fondo ancora recente, nuova. La stagione delle più facili ferite sulla pelle rinnova una vicinanza col mondo naturale degli elementi ormai rara e sempre troppo breve per darci occasione di maturarla come stato davvero acquisito. L’estate è la reiterazione di una maturità fisica irraggiungibile. Avendo la tana in un’eterna città, e per tanta parte dell’anno gli occhi sottratti al mare, maneggio e interagisco quasi soltanto con plastiche inanimate, coprendo urbanamente la pelle dagli sguardi altrui e dal fresco, che ogni notte di più incoraggia l’inverno a entrare. L’estate ci fa nudi, invece, di una nudità molle che non avrà mai il tempo di diventare adulta nell’indurirsi della pelle. La prima donna, la più bella del creato era nuda all’ombra degli alberi, incantava le bestie con un solo sguardo, ma le radici del terreno avevano maturato le piante dei piedi anche a lei. D’estate invece noi capiamo di essere gatti coi cuscinetti per sempre rosa sotto le zampe. Le ginocchia sbucciate da una caduta in campagna, il naso ustionato pur sotto la tesa, i capelli salati del rientro a casa a piedi, i taglietti sulle mani gonfie per i rami spezzati alla brace, le braccia picchiate dalla pallavolo in spiaggia: cuccioli siamo. Pur gravati dai nostri trenta, quaranta, cinquanta e ancor più anni, ogni stagione che ci scopriamo rinnova la nostra parte incallita di immaturità. E così per sempre, davanti alla natura avremo un corpo da bambini.

Per contrasto

Ci siamo tanto addobbati il chiuso che ormai abbiamo la pelle a forma di casa e di condominio. Lo capisci solo per contrasto, se hai passato appena il tempo estivo di una Creazione in modo diverso. Tornato così ieri sera dall’aperto, l’istinto mi ha respinto subito fuori dalle mura pur tanto care e mie – la testa voleva il cielo; l’iride, gli alberi. Stamattina ho letto che sono tornati i cinghiali in città, bestie pericolose, hanno la pelle a forma di bosco. La mia sa ancora di mare vulcanico e limoni cresciuti dalla sabbia, sole di fuoco sul dorso e sedizione.

La villa e i falò

Qui in villa non abbiamo colture, ma cipressi oleandri e fogliami caduti a terra d’altra parentela bruciano al vespro, imitando le stoppie arse nei falò sotto la luna aperta dei campi, dove è semplice favolare che qualcuno abbia mondato le cose secche e rimorte con la falce diafana a cui ora muovono odori antichi e per la finestra, a rompere ogni vena di fiume in corpo, se ripenso alla vastità usata da Cesare per immaginarsi felice, al cuore che lo ingannava sull’ipotesi di poterla raggiungere davvero, la luna brunita dai falò sul basso continuo degli animali pastori che abbaiano all’uomo contro ogni visione e gli dicono, Tu sei come una terra – Tu tremi nell’estate.

Ritualità

L’estate è questo cambio stagionale di abitudini in cui si inserisce per molti l’occasione di vedersi con persone amate in posti per cui insieme è nata la radice di un affetto spinale che, nei totalizzanti mesi feriali, tiene l’immaginario a cui ricorriamo per sopportare periodi avari di pace e serenità. Questa occasione fonda la gradita ritualità estiva che via via si fa esigenza da soddisfare, e davvero vieta di capire dove sia la noia imputata dagli altri nel fare ogni anno, ogni estate, sempre la stessa cosa con le stesse persone. E tu rispondi, ma non capisci quant’è bello tornare qui e fregarsene del tempo che passa? Anzi, non è passato per niente, lui, in quel giardino non ci ha ancora trovato! Il tempo invece lavora, come il mare modella anche la pietra, e la ritualità ha senso solo finché l’amore resta immutato. Inizi a sospettarlo quando diventa secondario trovarsi proprio in quel posto e con quelle persone, soddisfacendo entrambe le condizioni dell’eternità. Così, invece di dire che sono cambiate le cose fra quelle persone – disamore che il linguaggio chiama pudicamente crescere – ti guardi allo specchio e dici, ma forse gli altri non avevano tutti i torti: in fondo, è noioso essere condizionati ogni anno nel decidere le vacanze. Perché allora, nel fare anche quest’anno lo zaino, diretto ancora una volta al mare che sana, pur sapendo che con alcuni ci daremo quasi il cambio di turno, il cuore esulta al pensiero dei gelsi che respirano il vento mosso dalle isole del dio? Forse, da qualche parte in quell’eternità che si è fatta negli anni dell’amore, c’è stata un’impercettibile osmosi fra il posto e le persone che lo hanno frequentato, e ora ciascuno indipendentemente sente quel posto come fosse una persona. Quella per cui l’amore resta immutato.

Estate feriale

Si avvicina ferragosto e insieme la fine dell’estate feriale. Chi andrà in vacanza solo ora, intorno ai falò che mimano sui lidi il fuoco celeste di san Lorenzo, vivrà la sua pausa dal lavoro come parentesi unica, cesura netta, limpida fra un momento e l’altro. Chi invece sta in panciolle già da un mese o anche più – dagli scolari tutti ai variamente disoccupati – sente l’avvicinarsi di metà agosto come un campanello d’allarme: finora si è potuto improvvisare, concedersi anche di perderlo il tempo ma, con settembre dietro l’angolo, non si può più scherzare. E si stringe la programmazione delle cose da fare prima di tornare fra i banchi o a caccia di un ingaggio. Godersi questi ultimi giorni di estate feriale è l’obiettivo segreto di questa categoria, vivere la vacanza vera che – accanto ai viaggi alle gite fuori porta ai bagni in mari diversi e alle visite per contrade nuove – per me è soprattutto l’occasione di vivere il tempo in modo diverso, slacciato dall’orologio e immune alla vergogna che gli irrequieti cercano sempre di appiccicarti per il semplice fatto che, a differenza loro, tu fermo ci sai stare, e con te stesso.

Arcobaleno estivo

Se la pioggia scaricata dal repentino cielo nuvolo di luglio, che sterza sul manto afoso di cui ci lagniamo in estate, fosse un’incommensurabile perdita celeste di condizionatori e non un fenomeno invero più misterioso di quanto la scienza creda di saperci spiegare, non esisterebbe l’odore di terra appena sbucciata, di corteccia o pietra bagnata, di zefiro che ruba la scena al ventilatore ancora acceso davanti alla zanzariera, e tu non capiresti in un lampo – come quello che avrà preceduto l’ultimo tuono, pur mancando ancora della notte per farsi vedere – che lei, l’acqua scaricata dal cielo è identica alla cugina insapore che versiamo nel bicchiere e non può vantare un profumo suo proprio, benché molti dicano quanto mi piace il profumo della pioggia, ma elemosinando accenti diversi alla generosità di quello che tocca, sa incredibilmente e soltanto di cose altre da sé: di albero, di spiaggia attonita, di giare e ringhiere, di cambi programma, mezzi sorrisi, stracci e ancora di tutte le cose trasformate in un convoglio interminabile di fragranze in moto verso una sola meraviglia, che sfuma l’immane tripudio di odori nella festa perfetta dell’iride tirata ad arco sul mondo.