I piedi nell’eterno

Io ho già messo i piedi nell’eterno. Ho aperto piccole faglie nel tempo già vissuto che dal mio corpo versano luce di storia per sempre. Ieri pensando a questi anni bui ho rivisto i sorrisi dei nonni: perché ci confortavano? Perché erano perfetti di conclusioni ormai note su vicende anche durissime della loro vita. La soluzione è arrivata sempre: lo scioglimento delle sostanze dolorose nell’acqua del loro fiume non è mancato mai, finché scorreva quel fiume almeno, finché cioè erano vivi. E sapere come va a finire, esserci quando finisce, con tutti i brandelli che ogni passaggio comporta, è meno penoso che stare al centro della paura. L’infanzia che ho vissuto, le curve che ho preso, le ferite che ho avuto, la poesia che ho portato, la vita che ho generato: sono cose indiscutibili. Al centro della paura ho il conforto di questi frammenti di storia già completi, le cui particelle iniziano a staccarsi dal corpo e starmi davanti come carezze, pronte alla deriva nel cielo quando non ne avrò più bisogno. Avere i piedi in parte già nell’eterno, grazie a queste particelle storiche completate, è possibile però solo a chi ha avuto la fortuna (diciamolo) di restare vivo per tutto questo tempo, di tornare vivo ogni volta e capirne la bellezza. Solo se sei ancora presente e il tuo fiume scorre puoi sentirne le carezze trovando motivi, non dico speranze, che controbilancino la paura. E i vivi, i presenti, i fiumi attivi sono sempre una minoranza, pure tra quelli che respirano ancora: molti hanno i piedi sulla terra, ma non più sull’eterno.

Un ossimoro infinito

Poco fa pensavo alla vita eterna, prima di andare a letto; così, in generale. Ma più che pensarci, la contemplavo. Forse, anzi, è solo grazie a questo che ho capito subito perché è davvero impossibile pensarci, concepirla: non per l’idea in sé di eternità, ma più per l’accostamento contraddittorio che propone rispetto alla definizione di vita. La prima condizione della vita infatti è il cambiamento, la ri-generazione, l’adattamento a stati sempre nuovi – si parli di cellule, psiche o emotività; la prima condizione dell’eterno è invece la stasi, la conservazione, l’identità immune ai mutamenti. Per questo non si potrebbe nemmeno dire di sognarla, la vita eterna: sarebbe come dire che sogniamo una cosa e il suo contrario allo stesso tempo. Poi ho pensato a Leopardi. Se fosse vivo, sarebbe certo contento de L’infinito, per ragioni compositive, per la sua felicità sonora e favolistica. Non credo però che si sentirebbe ancora ben rappresentato da questo idillio: per lui, solo per lui, ironia della sorte, L’infinito non è eterno perché dice quella fase precisa della sua vita e della sua ricerca poetica, altrimenti non avrebbe scritto altro in seguito per cantare in modo vario aspetti diversi della sua immaginazione mutata col passare del tempo. Una poesia allora può essere eterna, ma un uomo che sogni d’essere vivo, per ciò che implica la vita, non può che rifiutare ogni offerta o promessa di eternità. Questo gran rifiuto, del resto, non allude affatto all’idea che l’eternità debba per forza essere più vasta della vita. Si basa solo sull’evidenza che sono due cose opposte. Può ben darsi che la vita sia più grande, che il mutamento superi sempre la stasi. Per quanto ancora ignoto, l’universo ci dimostra che la materia è in continua trasformazione. Forse oltre la vita c’è solo la vita, e l’ossimoro della vita eterna meritava da secoli questo smascheramento. Ma se vogliamo dare comunque una definizione al sogno della nostra vita, che sia almeno coerente con la vita stessa e usi un attributo, se non altro, allineato e già ben descritto una volta per tutte da un uomo vivo: infinito.

Eterno riposo

Forse hanno sbagliato la traduzione, o magari sono io che mi attacco troppo alle parole, ma c’è qualcosa che non torna in questa preghiera dell’eterno riposo. La religione stillata da uno a cui si torse l’utero per gli occhi chiusi dell’amico, tanto da entrare in grotta e svegliarlo, non può augurare alle anime proprio di tenerli chiusi in eterno. Se poi diciamo “riposo” perché è un concetto che implica un risveglio successivo, è solo scorretto definirlo eterno. Yeshùa non ha mai pronunciato o insegnato questa richiesta, non gli sarebbe venuto in mente. La luce perpetua serve forse a me, tenerla sulla memoria evanescente degli amori per cui dico la preghiera finché resto ancora qui a impiantarmi e cambiare forma per attecchire nella vita. È nel mio seme terrestre che spero riposino per sempre gli emigrati all’altra riva degli affetti. Anche perché è vero che la vita stanca, ma non serve certo l’eternità per riprendersi dalle sue fatiche: un periodo di riposo lungo anche il doppio degli anni passati sulla terra immagino basti a ricaricare le energie. Penso alla promessa fatta dall’inchiodato al ribelle accanto e dico: in paradiso non si dorme.