Figurine

Vivere è staccarsi dalla pelle degli altri e mutare in figurine di album che i compagni di una bella avventura, ma conclusa, guardano sorridendo solo quando liberi di prendersi una pausa. La matita si tempera, se vuoi usarla ancora. Così la vita: conservi i trucioli sì, e li guardi quanto ti pare, ma se accetti di vivere nel tempo, devi accettare la matita per fargli la punta di nuovo. A volte sembra pure che quei compagni abbiano usato la gomma sulla vita disegnata insieme, e alle tue spalle si spalanca l’orrido spreco di un foglio rimasto bianco. Ma no: in quei casi, è solo che non avevano una pausa per sorridere alla figurina che sei diventata per loro. Capirlo non è mettersi l’anima in pace e tirare dritto. Forse, anzi, è sentire ancor più la mancanza di una pelle, i suoi difetti unici, l’odore che ci ha lasciato addosso. A volte ci sembra di essere definiti più dalle nostre rinunce, che dalle scelte. David scrisse, mi manca chiunque; Billy cantò, mi manca tutto quello che non sarò mai. Ma siamo chiamati a uno strabismo costante, se non vogliamo dimenticare di essere irrimediabili ed entrambe le cose, scelte e rinunce. E se la felicità, più che un istante del caso in cui farsi cadere, è un’opera da realizzare nel tempo che riconosci come unico orizzonte di vita, ricorda, figurina mia: le opere richiedono fatica. A volte serve solo una pausa, e la gioia di scrivere cose banali usando matite e figurine. Magari un giorno scoprono che è questo, il più autorevole indicatore di felicità.

Porta Felice

I destinati si incontreranno nella città che ha una porta Felice davanti al mare, da cui sale un asse arabo fino ai monti che, intorno a lei di spalle, fanno della città una conca vigilata dal promontorio più bello del mondo, il Pellegrino, che ha la forma di un cane a cuccia. Gli arrivati dalle acque si chiederanno sempre se dorme e un giorno si alzerà per andarsene, la bestiola di alberi falchi e santa rocca degli appestati, o se invece aspetta come Argo senza sognare altro a occhi aperti che il loro confluire dagli antipodi della sfera vivente. Nessuna pioggia di inizio primavera darà sconforto alle attese di luce che li muoverà dalle loro solitarie cune alla cala comune di tutto porto. Una fiducia, quella dell’onda impetuosa che si lancia a riva senza tema di morire infranta o assorbita, ma certa di traboccare in marea nel petto di chi guarda l’orizzonte; una fiducia ha già vinto qualunque paura della vita che li attende passando quella porta: Felice.

Rimando piovasco

La pioggia lava via e rimanda tutto, impegni giri uscite attentati. Era fissato per oggi? Rimandiamo ché senza gente fuori chi vuoi terrorizzare, daesh, le pozze nelle buche? Un giorno uscì questa notizia, della morte rimandata, e liberi su cittadini liberi iniziarono a preferire la pioggia sempre, anche di sabato che lavasse, levasse tutto via. Girarono voci che altrove col sole la gente era uscita e andata persino in campagna a ballare ridere e scherzare, ma ormai in città per tutti era solo propaganda, il sole un inganno per farci uscire dalle sicure tombe delle case nere e farci fuori tutti, di nuovo, azzerando con la vita incerta la felicità che ci eravamo costruiti sulla difensiva.

Strettoie

Vivere è passare strettoie. L’ultima che mi ha portato dall’altra parte ha trattenuto i baci di un amore radicale; confido di intravederlo in una fogliolina verde accanto alle altre che, dopo i vari passaggi, mi sono cresciute ogni volta sul fianco sinistro, appena sotto il braccio. Per questo, se sento dire agli altri sono felice non mi cresce l’invidia: anche loro hanno passato strettoie pagando un prezzo, la possibilità di non vedersi ricrescere quanto incagliato nei denti della cruna. Quelli che dicono di essere felici, e la loro felicità è viva e vera, hanno rivisto in forma di gemma i brani della carne che si erano lasciati dietro; quelli che si dicono felici, e la loro felicità è di plastica e cieca, non hanno visto ricrescere il bene immolato perché non hanno passato davvero alcuna strettoia: sono rimasti dov’erano, braccia esauste a cercare di tirarsi dalla loro parte il destino che invece li aspettava al di là di una rinuncia. A volte le foglioline verdi di chi ha passato la cruna diventano musica, altre volte si fanno scrittura; a volte fondano il lieve strabismo di chi vede i miracoli dell’altrove, altre volte incastrano il fascino di una salubre malinconia nell’autenticità del sorriso. In sogno capita di stilare l’elenco sempre più lungo delle foglioline che aspettiamo dall’altra parte. Il primo Natale ha cambiato in gemma la nostre ali d’angelo. L’ultimo sarà difficile distinguerci da un gomitolo verde.