Il giocoliere

Mi sento un gradino poco più in alto del ciccione che chiede soldi palleggiando di testa al semaforo di via Cavour. Ho una laurea con lode, sono iscritto a un albo professionale, ho lavorato regolarmente per un giornale, fatto un master in editoria e da lì continuato un’altra gavetta sui libri, fino a farmi pagare oggi per tradurre romanzi, valutare testi per un’agenzia letteraria, insegnare in più corsi di editoria e privatamente, correggere bozze per piccoli editori, curare libri di altri, pubblicarne anche uno mio. E mi sento poco più in alto del giocoliere che sta al semaforo. Alla mezza dei trentotto, ho fatto pure volantinaggio sotto la pioggia e affisso locandine all’università. Non mi lamento, una boccata d’aria fa sempre bene, visto il lavoro sedentario che ho scelto. Ma da qualche parte nella durata che ho passato fin qui, non ho saputo valorizzare le giuste occasioni – mi ripeto con le mani luride di catena bagnata posteggiando il motorino. Era il concorso Rai, fallito di striscio? Era l’offerta del politico, rifiutata col fiatone? Forse dovrei vantarmi di più. Ma il pavone non mi viene. Potrei iscrivermi a un corso di pavoni e imparare l’arte necessaria dello specchietto. Che non sa riflettere però la bellezza (almeno) esteriore di alcuni fallimenti che sanno di libertà, orecchie ancora aperte e fantasia ben allenata. Guarda il giocoliere, sa fare ciò che oggi serve di più, roba fuori dai campionati del consumo. Roba inutile, meravigliosa. Il prossimo lavoro, com’è già successo altre volte, conterrà di certo anche questa meraviglia: la dignità paziente dei giorni e delle settimane di maggese. Quando sembrava che facessi solo palleggi di testa e invece impedivo al mondo di cadere a terra.

Padre scomposto

Padre, liberaci da tutti i rassetti domestici
proteggici dall’ordine piallatore
custodisci in noi il caos necessario
suscita negli insicuri la luce del disordine
e la gioia delle uscite improvvisate,
preservaci dall’ansia di ogni riga
dal fuoco oppressore delle simmetrie
e rimetti a noi i nostri schemi
come noi li rimettiamo a chi ci dà per scontati,
non ci abbandonare nell’imitazione
ma liberaci dai metri giudicanti e così sia.

Il segreto di dicembre

Non c’è affatto vento ma, come si deve, il freddo e tremano le foglie in balcone. Giuro, il basilico trema e non c’è vento: nemmeno lui sa come è durato finora. Fragile e verde, generosissimo. Ma è ancora qua. E oggi ha vinto anche il cielo, riuscendo a non cadere malgrado le nuvole fitte di mezza mattina. Sugli ultimi lumi del rosso, pare che adesso tremino i cornicioni addirittura. Commossi per quello che dura sempre meno e manco è detto che torni domani: la luce e l’asciutto nelle spine del gelo che pure abbiamo tanto aspettato. L’arrivo delle spine è stato accolto dal resto che c’era prima e non è sparito ma ha fatto loro spazio senza sciogliersi in pioggia né spegnersi in uggia. Così le belle e fredde giornate corte a dicembre sembrano dire questo segreto: è possibile avere tutto e pure insieme.

Grande

Il rasoio del barbiere sulla nuca non dà più il brivido alla schiena, la pista cifrata della settimana enigmistica resta intatta nel disinteresse al miracolo della linea unica. Il cuscino ha l’odore di mio padre se accosto il braccio alla fronte prima di dormire, mentre il compleanno di un amico mi fa pensare alla prima volta che lo festeggiammo da lui e mi rivedo che potrei essere mio figlio. Ho già riletto illuminazioni scritte anni fa con l’intento preciso di “usarle” quando avrei dimenticato quella grazia. Così dico sono grande davvero, e non per ciò che lo fa dire agli altri se spegni le candeline, inizi la scuola o ti nasce un fratello. Ho passato giorni che scavano tracce definitive e altri ne verranno, quando la mia terra (spero) sarà già più molle. Ieri mi è pure venuta in mente l’espressione al di là del bene e del male e l’ho sentita mia: ho passato il recinto dove tutto sta insieme e che da ragazzo, per la sua fatica evidente ma ancora misteriosa, mi ispirava un rispetto enorme, ai limiti della compassione, e insieme una forte curiosità per i più grandi. La certezza di essere fragili e l’istinto di proteggere gli amati; scegliere, oltre la rassicurante distinzione tra bene e male; amare, oltre il dogma sordo della non contraddizione. Da grandi sta tutto insieme. Così ogni volta mi ritrovo pure bambino, nell’attesa di crescita su una cosa che ho voglia di fare, che sia un tuffo a mare o un progetto da avviare. Qualcosa per cui valga la pena, qualcosa di bello, grande.

Senza niente dire

C’erano formiche a casa loro grosse così, tra le panche di cemento davanti al mare e invase di persone che al vespro, una volta a settimana, cercano di mangiare parola che le liberi dalla mortificazione religiosa e da altri legacci. In mezzo ai loro gomiti ho pensato a te – oggi ti ho dato il mio suono per la nostra comunione a distanza, da qui all’imminente poi che ti prenderà molta energia – ma non è il mio pensiero che conta, perché ecco, la verità: qualcosa dentro ha trovato le parole per chiedere il giusto, quanto serve per accompagnarti di nuovo fino al sole in ogni caso, e al nostro prossimo sorriso. Parole che non ho sentito io nemmeno, ma si mescolano alla linfa che mi permette di camminare, di alzare la testa alla roccia brunita del Pellegrino, chiedere a un passante che guerra sta combattendo, entrare in casa e dare un bacio a mia moglie. Senza dire niente ad anima, di quello che mi si è chiesto dentro. Per te, fiore di campo.

Medaglie

Io li appendo al medagliere più fecondo i miei rifiuti da scrittore. Così oggi ne metto uno nuovo al primo posto. Ho appena ricevuto notizie dal pianeta più agognato: c’è vita su Adelphi e da lì qualcuno addirittura mi prega, prega la mia persona certificando un contatto stabilito come da un’altra galassia. Gentile Signore, abbiamo ricevuto la Sua cortese proposta e La ringraziamo. Non ci pare, tuttavia, che essa abbia i requisiti per rientrare fra le nostre scelte. La preghiamo di gradire ugualmente i nostri più cordiali saluti, Adelphi Edizioni. E penso ai Tentativi di scoraggiamento di Erri De Luca, penso a Siamo spiacenti di Gian Carlo Ferretti, penso al caro Lucio Dalla. Come per interi lustri lui fu bersagliato sul palco di ortaggi che rilanciavano ogni volta la sua voglia di ripicca musicale, così in questi casi – preso da una fiducia paradossale – io mi affeziono ancor più ai miei onesti tentativi e alla via che mi figuro di aver preso, al di là di tutto. Se essere ricambiato da qualcuno che ami comporta l’investitura di nuove responsabilità e, per gravità di queste, il passaggio all’età adulta, i miei fallimenti mi regalano invece il continuo di un’adolescenza che può vivere di spensierato languore e dei meravigliosi azzardi di chi non ha ancora niente da perdere e tutto da sentire, nessuna carriera da difendere in pose professionali, niente di già conquistato. Se non il pieno controllo del possibile nella pagina ancora bianca.

Fiore d’autunno

La vita ci ha sparsi dall’isola come polline ovunque sul pianeta. E ci siamo pure trasformati, ognuno nel fiore che già conteneva o in quello che voleva diventare andando a cercare il terreno adatto. Come polline, abbiamo incrociato la strada anche di chi ci ha avuti in allergia e scacciati agitando la mano controvento. Ma noi eravamo nel vento: dopo una lieve flessione, la corsa ci ha spinti in avanti. Adesso il mondo profuma anche di noi, ma nessuno direbbe in una giornata di sole che la nostra bellezza geometrica nasconde anche un po’ di mestizia. Perché da casa non possono sentirci né vederci. Da casa l’olfatto non pesca fino in Canada, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la computer grafica. Da casa, figuriamoci, l’olfatto non pesca nemmeno fino a Roma o a Milano, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la scrittura. Eppure, io credo che ogni odore ricostruisce sempre in sé la strada che ridà al giardino di partenza, come una mappa insita nel genio cresciuto di ognuno. In certi casi, addirittura, sembra che alcuni nascondano fin dall’inizio – come ragione propria del volo che li ha posati altrove – il sogno di crearsi ad arte un ponte privilegiato per tornare a casa in ogni momento. Un arcobaleno che, si sa, è più trafficato nei giorni di pioggia o sul nascere d’autunno.