Farfalle

Le foto nel cassetto, quelle con la data scritta dietro, magari un commento – i magnifici! – vecchie di dieci venti trent’anni restano lì chiuse, nessuno le prende mai ma una volta, la domenica, solo una volta in tutta la giornata – e chissà quando: ogni domenica a un’ora diversa – vibrano come farfalle nelle scatole e nei raccoglitori o libere tra fili arricciati e ritagli di carta regalo, farfalle, chiedono di uscire e posarsi sulla mano ma lo fanno in silenzio, nessuno può sentirle, la richiesta si può solo decifrare da piccoli segnali: l’arcobaleno teso dai vetri del lampadario fino al divano; l’ombra della tenda che sventola sulla porta bianca come un sipario; l’odore di un mandarino sbucciato fra il dolce e il caffè; le note di pianoforte che dal palazzo antistante volano fin dentro casa; l’acciottolio delle stoviglie che qualcuno sta pulendo in cucina e altre epifanie disponibili come variazioni sul tema. Sono mille i linguaggi usati dalle foto nel cassetto che chiedono di essere riprese in mano ogni tanto, la domenica, nel corridoio spalancato da una vita intera e per quella sua interezza – già solo per quella, nel bene e nel male – vita meravigliosa.

La cernita

Facendo una cernita fotografica soltanto, a volte è possibile capire da lontano quanto è il bene indistruttibile che c’è in noi. Perché hai la prova di istanti inediti e fondativi, fatti di presenze adunate un giorno tutte attorno alla tua singolarità, che necessitava lo specchio dei loro sguardi partecipi e dei sorrisi paladini. Accade scegliendo le foto per l’album, a più mesi – ma ancora freschi – dalle nozze. Serve lontananza: serve spazio in mezzo sì, e tempo ancora più lungo, per guardare come dall’alto e ringraziare – sempre di più – del cemento misterioso e duro a ogni prova di bufera sulla nostra compagnia di anime scelte a vicenda. Parlo di niente che assomigli a un’evidenza quotidiana, niente che possa annotare su un foglio e usare all’occorrenza quando ho poca energia; parlo di illuminazioni imprevedibili, parlo di rara chiarezza che scompare presto nel mulino delle esigenze in calendario. Ma è indistruttibile il bene che c’è in noi e – nella vita, ognuno convocando i suoi massimi corrispondenti – immenso l’amore che è possibile mettere insieme.

Incastrare conigli

Ieri mi è capitato di rivedere un frammento di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Il detective Eddie Valiant, a cui un cartone animato ha ucciso il fratello, sfoglia le foto di Jessica pizzicata a farfallinare con Marvin Acme. Le ha scattate con la macchina di Dolores, la sua donna, finendole il rullino e sviluppando così tutti i negativi. A un tratto, le foto dell’appostamento lasciano spazio a immagini di una sua previa gita con Dolores e poi a ritratti di lui col fratello. Eddie si commuove e si sbronza crollando di sonno sulla polverosa scrivania del suo ufficio: il fratello morto è un pensiero fisso ma in quel momento non si aspettava di vederlo, non ricordava di aver scattato quelle foto e la sorpresa gli riannoda il dolore alla gola. Ecco, mi sono semplicemente ricordato di aver vissuto anche io un tempo in cui potevo sorprendermi nel ritrovare certi istanti dimenticati che riaffiorano dopo aver sviluppato un rullino; potevano pure passare dei mesi prima di finirlo. Mi sono chiesto fino a che punto un nativo digitale possa immedesimarsi davvero in una scena del genere assimilandola alla sua esperienza. Parlo di una meraviglia che dava il senso dell’elasticità e della profondità del tempo, e ti faceva sentire più vasto. Oggi non esiste più il limbo irraggiungibile in cui dormono le foto in attesa di essere sviluppate e io non ho più questa possibilità di stupirmi – ne avrò altre, certo: potrò sentirmi vasto più nello spazio (virtuale) che nel tempo (ormai reale, ristretto al solo presente) – ma accorgermi a un tratto di questa mancanza, come di una fregatura, un po’ mi ha fatto sentire incastrato. Mannaggia ai pescetti!