Il silenzio positivo

Non è vero che chi tace acconsente: chi tace sta zitto, ricorda Francesco Nuti. Spiazzante, meraviglioso e vero. Oggi pensavo a un altro detto simile: nessuna nuova, buona nuova, e ho visto chiara l’enormità della cazzata che è. Dare il bene per scontato. Parafrasando Nuti invece nessuna nuova, chissà che succede. Mistero, incognita, silenzio, distacco, lontananza, cecità, assenza, mancanza. Eppure, la fortuna di questo detto sta nella atavica convinzione che scrivere (o comunicare in generale) abbia a che fare più col brutto che col bello: scrivo per sfogarmi, capirmi, lasciare memoria ai posteri, eccetera. Tutta roba allegra, insomma. Crescendo, poi, questa cazzata del silenzio positivo prende sempre più spazio nella convinzione degli adulti che, tra mille pensieri e impegni incalzanti, se vale la pena comunicare qualcosa ai loro cari e amici, danno precedenza alle cose spiacevoli. Come fossero quelle che hanno più effetti su di noi. E ci perdiamo il meglio. Non comunicare il bello, fosse anche minimo, come solo un pomeriggio di euforia in mezzo all’alto mare di una stagione buia, fa dimenticare sempre più innanzitutto a noi stessi che c’è anche del buono. Così lui sparisce dall’orizzonte. Lo sguardo invece va allenato, altrimenti ci costruiamo da soli un paio di occhiali atti a vedere solo una cosa o, peggio ancora, ci abituiamo a parlare del bene in forma esclusivamente concessiva, col perenne sottotesto ma sì, dai, in fondo. Ecco, io voglio cavarmelo dal fondo, tutto il minimo bene che incrocio, raccontandolo ai miei cari. Scrivere a uno di loro che è stato bello vederci, volevo dirtelo, perché spesso – non so perché, ma è così – crescendo ci si tiene sempre più tutto per sé, non solo le cose brutte, ma anche quelle belle. Come fossero scontate. Quando invece si paga sempre a prezzo pieno, eccome, la felicità.

Lovelorn man

Lo stambecco bianco si può avvistare solo la domenica che, anzi, si chiama così proprio dalla prima volta in cui fu avvistato l’animale che, infatti, era un esemplare femmina e il titolare degli occhi decise di chiamarla Domenica che, poi, la sera stessa uomo e animale videro accendersi i chiari nel manto ingobbito della montagna che, infine, si riempì di canto alla nascita del bambino sotto il cielo del Paradiso che, fino a oggi, ancora quell’uomo gli dà tutta la colpa ma sorride come sembrano fare dall’alto le curve in salita.