Un futuro da bestia

Farò come la più piccola delle bestie, tutta istinto di vita e cura dei cuccioli, ricerca del minimo, star bene con poco e di guardia alla tana, nelle notti accese al lume di fuoco, finché non saremo stretti a fuggire e cercare altro rifugio. Senza indagare la fonte del male che ci stana, senza pretese copernicane di cambiarlo, estirparlo, invece seguendo una vita al più naturale e senza rancore, spenta di giudizio, priva di sicumera, ebbra di ferite solo mie, diffidente ma acuta all’intuito del bene. La mia vita sarà breve umile grata dolente, stupita, davanti ai soli occhi dei miei tesori. La mia vita selvatica sarà il loro insegnamento, offerta di senso da ricalcare o rigettare con la stessa libertà, ma all’unica insegna di altra vita possibile. Passerò fino all’ultimo dagli altri non visto, né complice né salvatore, lontano da questa pornografia del buon esempio, tra incendi letali ai vivi animali e vegetali, guerre virali tra umani e altri umani, cimiteri sommersi a miriadi tra le zolle d’Africa e Europa e ogni altra intenzione di questa feroce primavera della paura.

La cancellata

Settembre, tempo dell’occasione, soglia molle tra due stagioni, avvicendarsi di nostalgia del vivere all’aperto e immaginazione dell’anno a venire. Il nono mese invita a spingere fuori qualcosa di nuovo, generato infine dal periodo meno strutturato di tutto l’anno. Sembra questo il mese più in linea con la gomma che ha cancellato nei molti appena trascorsi tante parole a noi familiari, lasciandoci l’incertezza di un foglio quasi tutto bianco. Sento di avere i mezzi per scrivere una vita che valga ancora e anzi più di prima, conferma delle mutazioni avvenute e ancora da esplorare. Credo di avere salvato un paio dei vecchi strumenti, e certo ne ho uno nuovissimo benché ad oggi tutto da imparare: un futuro appena nato. Per inventare di nuovo ogni cosa, chiunque dovrà volersi e volere. Volersi bene e voler bene, non c’è altro in gioco. Sarà la prima cosa da tradurre sul foglio nuovo, portandola da questa parte della vita accecante come il sole che rimbalza sulla carta bianca, vuota e senza macchia: la “cancellata” di settembre.

Bianco

Voglio comprare un vestito di lino bianco. Voglio un vestito di lino bianco e dei sandali scuri. Voglio essere sottile. Senza cappello, testa lunga e misura larga addosso, voglio andare al molo. Passeggiare nel vento che mi fa le pieghe. Voglio come un foglio bianco aprire porte da qui al mondo capovolto. Camminare sfiorando le cime, al becco irregolare dei natanti. Ci saranno gatti, occhi lontani, segreta urgenza della mia sfilata – nessuno saprà quant’è necessaria ma tutti avranno aria dalle porte aperte. E gli parrà normale. Non so ancora se uscirò dal quadro marino o se il mio regalo bianco rimarrà aperto per sempre, anche senza me dentro il vestito. So che voglio sulla pelle un grammo di carezze disordinate dal vento, le voglio ospitare in quel vestito di lino bianco, le voglio per dare agli altri un fiato e un respiro. Mentre cammino.

Allungamenti

Oggi ho assistito a un incontro. Un grande padre e una figlia adulta: rispettavano il metro, occhi d’amore ammaccato, luminoso, si rivedevano dopo una decina di giorni, senza toccarsi né abbracciarsi. Non avevo mai visto sorrisi tanto lunghi tra due persone, sorrisi lunghissimi, avvolgenti. Ho benedetto la mia presenza lì davanti. Fuori, nel grande fuori incontrollabile, succede il mondo ma dentro – nel cosmo dell’intimità – stiamo crescendo, ho pensato, ci stiamo allungando. Dalle ringhiere si allungano gli sguardi e dalle distanze minime i sorrisi; le voci si allungano dal secondo piano al marciapiede se per necessità passa un amico e ci ruba un saluto; l’udito si stiracchia sul silenzio della città, dalla finestra aperta sulla fontana in villetta alla campana della chiesa nella piazza lontana. Sarà incredibile e potente. Sarà esplosivo. Sarà immenso vedersi con la nuova vita sulla pelle, di nuovo nella stessa stanza o all’aperto. Faremo così luce che dalle nostre posizioni nella camera o nella piazza chiunque potrà segnarci col dito seguendo le tracce dei nostri allungamenti, uno a uno, come di notte si indicano le costellazioni, stella a stella formando sagome di animali fantastici e ossature di grandi carri. Chissà quali figure nuove comporremo nello spazio. Di certo qualcuno farà innamorare qualcuno, disegnando nell’aria la nostra vicinanza, la nostra danza coordinata nella volta a giro sulla terra.

Ripicca

La vita come ripicca. Anche solo questo, ripicca al male che batte come una propaganda, un veleno che ramifica insistente. Più grande il male, più forte la ripicca. Ma di pancia, proprio. Notizie di merda dal mondo, irrimediabile farsa in Italia? Nessuno sconforto: solo carezze e abbracci, progetti folli, semina del verde, ricerca dell’altro, cura dei piccoli, indulgenza e autocritica, buona volontà, fiducia. Niente di zuccherino, solo un dispetto finissimo. E più contiamo le bare, le intenzioni mortifere dei reggenti, le iniziative letali dei singoli, più assurda sembrerà la nostra ripicca e mancanza di rispetto. Lo so. Ma non è follia, è pura occasione. Sarà l’esatto opposto di girare la testa altrove. Sarà guardare dritto lo schifo e reagire d’istinto col moto contrario. Raggiungeremo livelli assurdi di lucidità, senza diventare cinici o rassegnati. Solo gente con una voglia di ripicca sempre più grande. Assurda. Come la vita che supera tutte le orecchie sorde del mondo.

Si chiameranno padri

Tutti i politici dovranno essere genitori di almeno un bambino compreso tra zero e dieci anni. Finito questo periodo abbandoneranno il settore, se non per meriti riconosciuti di onorabilità nel servizio pubblico svolto. E la politica sarà improntata veramente al futuro e alla pace. Nelle aule dei palazzi si parlerà anche di notti in bianco per la fame o gli incubi dei piccoli, di sistema scolastico e importanza degli insegnanti, di comunità nuove che imparano a conoscersi, di rispetto per l’autorità e senso del dovere, di saggi di fine anno e tenerezza, di gite scolastiche e cura dell’ambiente, di pericolosità delle armi e di ogni forma di bullismo, di eredità continuamente aggiornata all’insegna del bene. Sarà così finalmente trasformata l’Italia – e il mondo intero, su questo modello – in una Terra dei figli. Si chiameranno dunque padri e madri, all’occorrenza, non più politici, questi operatori di giustizia e nuovi educatori della casa comune, com’è sempre stato il nome dei più alti fra i politici nella storia: padri fondatori, padri costituenti, padri nobili. È il sogno che ho fatto stamattina, dopo essermi svegliato.

Allargando

Se darò mai alle mie canzoni un vestito per pose da album, in almeno una cornice metterò il canto dei grilli nelle notti estive. L’ho pensato ascoltando Serbitoli di Toni Bruna ma, allargando, intanto esprimo qui il desiderio semplice di ascoltare una canzone nuova al giorno, poter essere sempre disponibile al raccolto quotidiano e, allargando, vivere con orecchie aperte pronte e bianche da scriverci sopra le impensate meraviglie degli altri e, allargando, favolare che la mia offerta sia accolta di rimando nei padiglioni sconosciuti delle miriadi umane ancora manco nate ma continuamente sul nascere, adesso come nel mistero del tremila. Potenza maggiore non so immaginarla, di quella nata dal tremolo dei parlanti nelle notti al calore.

Voglio di più

Limerò elegie oniriche negli apolidi recinti di Orfeo. Dirò il tuo nome in versi senza fartene accorgere e, giocando, inventerò orizzonti nuovi, adamantini. Ordinerò le idee volando in altalena e ridesterò i cuori come aulente rosa delle origini. Perché voglio di più. Voglio chiedere di più alle parole, le voglio fatte di lettere magiche di una magia che mi attraversi e poi sfugga al mio controllo. Non lo voglio il controllo, il controllo è il male, è l’illusione peggiore. Allora, alleverò delicati agapanti in attesa del miracoloso angelo e del tuono tropicale – entrambi operosissimi. E mai sazio, rifarò tutto da capo: addestrerò liriche in celesti evoluzioni e, fulmine rapido a nord, cavalcherò elegante sulle cicale ottobrine. Mescolerò albe rubando tanti acquerelli per luminare una cava apollinea dove metterò alle rose in amore spine ovattate lasciando che esistano. Che esistano, tutte. Giuro, a balzi romperò insidie ereditate libando elisir per guidare incontri dove rideranno gli innamorati acerbi. Gestendo tali oneri raccoglierò gigli incantati ovunque e, ancora di più, muoverò alzaie recitando canti oceanìni. Se non dovessi riuscire in niente di tutto questo, so per certo che farò almeno una cosa: aprirò nidi nelle aurore musicando alle nude fate ricami eufonici di infinito.

Ninfee

La pioggia incessante che apre voragini sulle statali e trascina gli uomini fuori dalle macchine, come stamattina è accaduto sulla Pontina, vicino San Felice al Circeo; questo maltempo che accorcia ulteriormente il giorno buio di novembre negli interruttori già accesi a ora di pranzo in cucina; tutto questo sciogliersi dei cieli nella grande serra che è diventata la casa comune, un giorno trasformerà gli ultimi di noi in tante belle ninfee adagiate sull’acqua. Tale è lo spirito di adattamento dell’uomo, sopravvissuto già all’era glaciale e ora chiamato a questa nuova sfida: diventare ninfea nel grande ricominciare lento del creato. Sì, i pochi ultimi di noi residui saranno ninfee aperte al nuovo sole in petali bianchi, gialli, rosa, violetto e azzurri. Saremo fiori acquatici molto grandi e decorativi. Non faremo più male a nessuno.

Un vento esagerato

Il vento di oggi non accenna a smettere e detta nell’aria vortici di rabbia contro ogni materia. Non ricordo furia simile da quando sto nella città del fiume: l’asfalto potrebbe alzarsi da un battito all’altro imitando le colombine che nascono a mare sulle creste eccitate. Nessuno si è ancora fatto legare ai pali per ascoltare il canto meccanico delle sirene in corsa ovunque. Violento il vento ha vinto sul vetro della finestra contro ogni fermo uncinato che avevo teso alla persiana, costringendomi a chiudere fuori il cielo ocra di deserto. Poco fa uno schianto di cocci ha concluso la ribalta di un cassonetto lasciato ancora colmo dalla notte, per l’immonda stasi dei servizi di raccolta. Gli alberi cadono come bottiglie vuote sui muri di cinta e sulle auto, in una sincope frenetica di antenne curve sui palazzi. Il reticolo dei cavi tranviari ha fatto pesca di rami ora sospesi a mezz’aria sui binari, e in giro si vedono immagini da ultimo giorno sulla terra. Ma si finisce e si comincia allo stesso modo. E il presente è una possibilità: ricalcare il tempo lontano in cui tutto nasceva, in cui venivano dati i nomi alle cose e l’umanità cercava di trovare se stessa, i suoi princìpi, e già di consolare il futuro. Correrà allora questo vento ai rifugi antiaerei sotto le grandi ville e per i cunicoli, alla risalita nelle vie sollevando la terra giusta a coprire buche e voragini; darà corpo al sogno che volino via per sempre gli affaristi dell’odio impiegati nella guerra tra le mafie spezzapollici dello spaccio; e farà tutto da solo, senz’altra mano a deviare la sua corsa, la sua direzione, la pura fatalità, il caso: ultima ragione di una speranza che batte alle murate.