Da piccolo

Tempo fa dissi a qualcuno come eravamo piccoli ieri. Era il primo gennaio, era scattato il numero nuovo, sulla carta c’era un anno da aggiungere e io posavo sul giorno prima lo stesso sguardo di Pinocchio davanti al burattino che era. Mi vedevo appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte, le braccia ciondoloni e le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stavo ritto. Oggi, la stessa malinconia. Sarà che dopo la finta domenica di ieri, primo maggio, la ripresa lavorativa stacca i motori più a fondo sul tempo in declivio. La sensazione resta comunque, nitida: da piccolo ero un cane randagio che annusava l’aria curiosando in giro tra i gomiti degli altri vivi in piazza San Giovanni, giocando a fare le spugne sotto la pioggia in attesa del prossimo artista. Ed era ieri. Appena ieri, quando si è piccoli e tutti sono sagome di fanciulle che giocano col cerchio sulla fuga di un cielo verde. Il pensiero di essere già oggi altrettanto piccolo rispetto a domani non dà riparo: l’ombra sotto i portici che ho davanti è solo olio indurito.

Metafisica involontaria

Oggi sono stato con un’amica a casa di Giorgio De Chirico, in piazza di Spagna. Tempo fa, abbiamo pensato di approfittare della città in cui viviamo per rintracciarne i tesori meno noti e riscattarci un po’ dal caos quotidiano e dalla dispersione relazionale che ci impone. Prima di Natale eravamo stati a casa di Pirandello, visita che alla fine ci è parsa in modo naturale come la prima tappa di un programma già scritto: visite nelle case museo degli artisti che vissero a Roma. Oggi toccava al pittore metafisico e, non potendo scegliere altri giorni, ci siamo accodati al turno con la guida in inglese. La ragazza italiana che ci ha introdotti nelle varie stanze illustrando le opere, la mobilia e le abitudini del maestro, scortandoci fin nello studio all’ultimo piano, traballava un po’ con la lingua. Quando ha deciso di descrivere una natura morta contenente An helmet, two cuirasses and a word – Un elmo, due corazze e una parola – mi sono distratto per seguire divertito la s di sword che fluttuava libera nella stanza e, forse, nella mia aria di sufficienza: sii superiore, non badare all’errore. A quel punto, una voce dall’inflessione greca ha detto, laconica: ma spada è davvero una parola!