Un futuro da bestia

Farò come la più piccola delle bestie, tutta istinto di vita e cura dei cuccioli, ricerca del minimo, star bene con poco e di guardia alla tana, nelle notti accese al lume di fuoco, finché non saremo stretti a fuggire e cercare altro rifugio. Senza indagare la fonte del male che ci stana, senza pretese copernicane di cambiarlo, estirparlo, invece seguendo una vita al più naturale e senza rancore, spenta di giudizio, priva di sicumera, ebbra di ferite solo mie, diffidente ma acuta all’intuito del bene. La mia vita sarà breve umile grata dolente, stupita, davanti ai soli occhi dei miei tesori. La mia vita selvatica sarà il loro insegnamento, offerta di senso da ricalcare o rigettare con la stessa libertà, ma all’unica insegna di altra vita possibile. Passerò fino all’ultimo dagli altri non visto, né complice né salvatore, lontano da questa pornografia del buon esempio, tra incendi letali ai vivi animali e vegetali, guerre virali tra umani e altri umani, cimiteri sommersi a miriadi tra le zolle d’Africa e Europa e ogni altra intenzione di questa feroce primavera della paura.

Ripicca

La vita come ripicca. Anche solo questo, ripicca al male che batte come una propaganda, un veleno che ramifica insistente. Più grande il male, più forte la ripicca. Ma di pancia, proprio. Notizie di merda dal mondo, irrimediabile farsa in Italia? Nessuno sconforto: solo carezze e abbracci, progetti folli, semina del verde, ricerca dell’altro, cura dei piccoli, indulgenza e autocritica, buona volontà, fiducia. Niente di zuccherino, solo un dispetto finissimo. E più contiamo le bare, le intenzioni mortifere dei reggenti, le iniziative letali dei singoli, più assurda sembrerà la nostra ripicca e mancanza di rispetto. Lo so. Ma non è follia, è pura occasione. Sarà l’esatto opposto di girare la testa altrove. Sarà guardare dritto lo schifo e reagire d’istinto col moto contrario. Raggiungeremo livelli assurdi di lucidità, senza diventare cinici o rassegnati. Solo gente con una voglia di ripicca sempre più grande. Assurda. Come la vita che supera tutte le orecchie sorde del mondo.

Oggi non ho risposto

Alle soglie del terzo disastro mondiale, nella Terra dei muri che si alzano e dei ponti che crollano sulle autostrade, migliaia di cuori pulsanti continuano a chiamare ogni giorno da Milano a Palermo per proporre contratti vantaggiosi di qualunque servizio, chiusi nelle loro cellette di plastica, davanti a un segnatempo che scatta quando al numero composto risponde una voce, che è la voce di un loro simile, con la stessa paura della guerra e della morte. Gli squilli a vuoto del telefono, oggi, per me hanno fatto da sfondo al miraggio della luce che ancora filtra da certe fughe di nuvole come da un pavimento sconnesso, come uno specchio paziente che trattiene il diluvio aspettando di riflettere l’ultimo miracolo o la ripetizione di quello più grande. Gli uomini che si guardano sono altri uomini.

Lamento su Idlib

Chi uccide bambini non è mai stato figlio, pur essendo nato. Non ha mai avuto un figlio, pur essendo padre. Non ha mai amato, pur avendo abbracciato. Non è mai stato ricambiato, pur essendo sposato. Non è mai stato umano, pur essendo uomo o donna. Non ha mai fatto altro che un suicidio, pur avendo massacrato il mondo intero dall’alto. Sparisce malgrado continui a sorridere, a parlare; è cancellato nell’irrecuperabile abisso che fischia ai piedi della Geenna, malgrado uccida ancora e ancora e ancora spietato. E ancora. E la vita di tutti dovrebbe essere quella delle api che, usato il pungiglione, smettono di volare, di respirare, di fare male. Invece siamo delle vespe, il mondo è il nostro nido. Muoiono bambini.

Aleppo

Tanti sono morti e spariti che non si potrà mai più vivere in questa città spezzata, le bombe cadute dal cielo hanno fatto da semi per l’odio e Aleppo ora è tutta vegetazione. Il sole non trova più carne da scaldare ai lati del muro tra governativi e ribelli, nessuno potrà vivere di nuovo insieme a nessuno in questo poligono di droni. Passata la calamità innaturale, resterà solo un cretto di polvere e i vivi saranno costretti a rifare da zero interi paesi accanto a ruderi presi da erbe che non volevano crescere. Le poesie dovrebbero scriverle i morti e noi dire solo grazie, morte che annulli il tempo tra adulto e bambino, lo scarto che qui ci fa piangere di più.

Liberaci, Libia

Basta un attimo per immaginarsi tutto al contrario: una coalizione di eserciti africani che discute su quale delle violenti forze centripete occidentali appoggiare per liberarne dalla minaccia gli europei. Appoggiamo la mafia o lo stato, le spinte indipendentiste del Caucaso o il dittatore moscovita? Escludendo solo per un attimo l’ipotesi dei buoni e dei cattivi, per cui i fratelli equatoriali sarebbero mossi da un disinteressato altruismo progressista che gli faccia individuare quale delle parti europee in causa ne rispecchia meglio il modello unico di sanità sociale e fratellanza pacifica, la scelta cadrebbe senz’altro sulla parte più disposta a cedere sovranità a cose “sistemate”, quando le loro armi avranno liberato il continente bianco dal cancro che ne ostacolava il sano sviluppo – cioè quello che finalmente comprenderà il marchio colonialista africano. Allora siamo pronti, Libia, liberaci dal nostro male.

La furibonda zuffa

Berecche si alza, s’appressa alla finestra più vicina, siede e si mette a guardare le stelle.

Le vede per gli spazii senza fine, come forse nessuna o appena forse qualcuna di quelle stelle la può vedere, questa piccola Terra che va e va, senza un fine che si sappia, per quegli spazii di cui non si sa la fine. Va granellino infimo, gocciolina d’acqua nera, e il vento della corsa cancella in uno striscio violento di tenue barlume i segni accesi dell’abitazione degli uomini in quella poca parte in cui il granellino non è liquido. Se nei cieli si sapesse che in quello striscio di tenue barlume son milioni e milioni d’esseri irrequieti, che da quel granellino lì credono sul serio di potere dettar legge a tutto quanto l’universo, imporgli la loro ragione, il loro sentimento, il loro Dio, il piccolo Dio nato nelle animucce loro e ch’essi credono creatore di quei cieli, di tutte quelle stelle: ed ecco, se lo pigliano, questo Dio che ha creato i cieli e tutte le stelle, e se lo adorano e se lo vestono a modo loro e gli chiedono conto delle loro piccole miserie e protezione anche nei loro affari più tristi, nelle loro stolide guerre. Se nei cieli si sapesse, che in quest’ora del tempo che non ha fine questi milioni e milioni d’esseri impercettibili, in questo striscio di tenue barlume, sono tutti quanti tra loro in furibonda zuffa per ragioni che credono supreme per la loro esistenza e di cui i cieli, le stelle, il Dio creatore di questi cieli, di tutte queste stelle, debbano occuparsi minuto per minuto, seriamente impegnati in favore degli uni o degli altri. C’è qualcuno che pensi che nei cieli non c’è tempo? che tutto s’inabissa e vanisce in questo vuoto tenebroso senza fine e che su questo stesso granellino, domani, tra mille anni, non sarà più nulla o ben poco si dirà di questa guerra ch’ora ci sembra immane e formidabile?

Luigi Pirandello, Berecche e la guerra (1915)