Io e Leopardi

La differenza tra me e Leopardi è che io so cosa c’è dietro il colle, eppure dall’esclusione dello sguardo che fa la gobba al già conosciuto traggo comunque l’infinito, che invece a lui nasceva proprio dalla mancata informazione. Dietro il mio colle romano – per dirne una – c’è Palermo, l’infinito spaesante di una città che ancora mescola i suoi confini coi miei ogni volta che ci torno. E mi perdo, di nuovo: si sovrappone l’idea di me stesso al carattere del luogo. Se rimango invece al di qua del colle, di vedetta nel mio avamposto qui a Roma, posso ancora cantare il mondo con l’infinita mia voce, che è sì palermitana ma unicamente mia, non più della città porto. E questa voce la tengo in mano, mi fa da bussola ovunque per sondare i misteri e i caratteri esteri di ogni cosa. Il mare in cui l’azzurro poeta annega io lo conosco, ne vivo ogni goccia al dormiveglia sulla cuccetta della Florio o della Rubattino. Così navigo l’infinito che mi unisce e separa le camere dell’essere, che è mare notturno dalla chiglia pieno di lucciole smosse.

Persone

Ci sono persone senza manici, che non sai come prendere, e altre che vanno prese con le pinze, sennò finisce che ti bruci. Tutte le altre vengono dette “alla mano”, ma tra loro molte restano fuori portata: sogni da una vita di prenderle ma fuggono sempre dietro un cancello. Alcuni non si riconoscono più, cercano sempre compagnia e, temendo agguati dei mostri, abitano case glabre di vetri e di specchi; altri invece hanno formato il gusto all’unico sangue che gli esce dalle ferite, si infiammano se li disturbi con gioie diverse e la loro speranza più alta è morire di questo languore. Molti esagerano all’inizio planando un giorno su altopiani rigogliosi in equilibrio tra le vette, pareggiando il numero dei molti che al contrario nascono pacati e poi vivono di continui picchi e precipizi. E c’è infine un’altra categoria: persone che credono di poter riassumere mirabilia in un solo capoverso. Felice di non essere tra questi, continuo a cercare i miei centomila, dando a ognuno uno strumento che faccia della mia vita un’orchestra.