Carezza fraterna

Con le nuvole sull’intero paese, questo lunedì mattina somiglia a una domenica notte generosa che ha deciso di allungarsi e diluire il giorno dopo, farlo gentile agli occhi per non abbagliare di violente riprese lavorative la testa che ancora pensa a cosa ho sognato ieri, come risolvere spigoli e dolori che seguitano irrisolti rischiando di diventare scuse, nascondigli per non cambiare mai. La caligine di inizio settimana funziona allo stesso modo: cambia poco la notte da cui esce e pare una tregua del cielo, supplemento che smussa il ritorno alla battaglia; generosa più del dovuto, complice immeritata e perciò molto più efficace, vera empatia, carezza fraterna. Oggi nascondersi è lecito come il sole, è giorno ancora tra due mondi, occasione per vedere le cose dall’alto. Respira, fai il tuo e poi torna a dormire.

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Pacifico

Ieri sera ho fatto la prima lezione del corso, evento che regala sempre al giorno dopo il sapore di una domenica settimanale. Oggi porterò il motorino dal meccanico, cambierò il filtro anticalcare alla caldaia, telefonerò all’assistenza che ha in ostaggio la lampada difettosa, continuerò a spulciare l’archivio di Franco per il mio progetto, limerò degli acrostici che voglio regalare per Natale, svuoterò la lavapiatti prima che la maestra torni da scuola, mi chiederò ancora come rispondere al mio lavoro che implora novità, masticherò l’attesa per la gita a Firenze dove il 16 novembre racconterò il mio libro alla Sit’n’breakfast, andrò a comprare almeno le casse d’acqua al mercato più vicino e, tra una cosa e l’altra, mi siederò al piano giocando fuori dal tempo per smettere un attimo di farmi domande. Sarà una giornata di quieta vigilanza, semplice su attività proprie dell’esserci nel tempo e nello spazio, pacifica com’è pacifico l’oceano a te adesso più vicino – beato il sole che il giro del mondo lo fa tutti i giorni, mi hai scritto nella mia notte matura aspettando che la tua notte neonata attenuasse gli ori e i rossi del lontano ovest; anche queste, parole tue. Nudo contro l’azzurro o spento dal fitto di nuvole, beato è il sole e pacifico, pacifico il mio giorno.

L’ombra di una nuvola

Posso dirti che ieri notte, in balcone, prima di andare a letto ho visto a terra l’ombra camminante di una nuvola, disegnata dalla pioggia che anneriva lenta un’area ancora limitata del cortiletto condominiale. Ma lo definiresti soltanto l’esercizio letterario di guardarmi l’ombelico. Posso aggiungere che il giornalismo è un’accozzaglia sciatta di formulari che stuprano la lingua italiana. Ma resta pure la scrittura che gode maggior ascolto all’esterno, diresti, e più di altre arriva a chi di scrittura non si interessa, certa della fortuna più grande: comunicare all’altro da sé. Sogniamo pure di essere pubblicati su Nuovi Argomenti, rilanciati da Le parole e le cose, recensiti sul domenicale del Sole 24 Ore, intervistati da Fahrenheit sul libro che presenteremo al prossimo Salone torinese. Ma il chirurgo che stamattina ha salvato una vita, uscito dall’ospedale darà un’occhiata alle ultime veline sul Corriere, non al blog del consulente editoriale adorato dagli addetti ai lavori. E non è ignoranza la sua, ma vita vera. Questo dico, aggiungendo solo: prima di coricarsi, il chirurgo, si stupirebbe anche lui nel vedere quell’ombra di nuvola e allora sì che avrebbe il mio dire in cui ritrovarsi. Ecco, la dignità del mio lavoro poggia su un’ipotesi, la fiducia ostinata che un altro da me si continui a stupire.

Brutte compagnie

Inizio a frequentare brutte compagnie. Quelle di sempre, i miei cari, gli amici radicali, gli amori che fanno da manto al mio nucleo e trovo sempre nei ritorni estivi sull’isola parlata anche da Omero, la terra dei miei padri, terra a cui ormai faccio da scoglio nella città di Enea. Compagnie che, dicevo, iniziano a portarmi a mala strada. Se non smetto di frequentarli, ho pensato oggi, se continuo così e ostinato mi nutro del loro bene, l’importanza e l’interesse di cui usavo rivestire il lavoro che faccio e il mondo che gli ruota intorno – di libri, parole, vetrine, conventicole – rischiano troppo di mostrarsi per il chiacchiericcio pietoso che sono, o il corpo nudo di una più banale noia, e sgretolarsi del tutto lasciandomi in mano solo un grano d’arena. E questo non è bene, compagnie che non mi fate salvare il minimo di valore necessario per concentrarmi ora sulla nuova traduzione che mi aspetta. Questo non è bene, compagnie che sapete quanto amo suonare e mi dite bravo, suonane ancora una e poi un’altra. Questo non è bene, nuove brutte compagnie care di sempre, che in modi invincibili mi distraete con tutto questo amore. Questo troppo amore di viscere e sicuro che una vita è ben spesa anche solo a ringraziare e dirvi anche io, anche io!

Lunedì

Oggi è lunedì e, come poche volte riesco a pensare, si può anche amare il lunedì. Perché a differenza degli altri giorni è lui che inizia le cose al posto tuo, come un genitore che si alza prima per farti la colazione mentre tu ancora valuti i sogni della notte sfumata. Il lunedì mattina non devi pensare tu a cominciare qualcosa, devi solo assecondare l’alba di una settimana nuova. Al lavoro puoi anche farti trovare assonnato, coi grilli della domenica ancora in testa: gli altri, tutti, saranno comprensivi perché anche loro avranno lo stesso torpore e, anzi, da questo retaggio comune sarete più uniti degli altri giorni, come viaggiatori che hanno appena passato la stessa cruna al confine di una terra, prima di perdersi ognuno in zone diverse. Gli altri giorni tocca a te cominciare le cose, confermare un impegno, continuare l’opera e camminare sulle tue gambe, basarti sulla tua sola forza di volontà. Il lunedì invece è questa volontà altra che ti prescinde, ti compensa, ti avvia, ti incoraggia.