Invaso

Da un’altra parte, che conosco, lontano da qui organizzano una festa importante per stasera e nelle case degli intimi si cucina in abbondanza già da due giorni. Da un’altra parte, che conosco, lontano da qui marito e moglie sono appena arrivati in aereo per una fiera a lei cara, aperta fino a domenica. Da un’altra parte, che conosco, lontano da qui una persona fragile e bella si chiede quando uscirà dal lavoro per raggiungere il cugino tornato ieri in città. Da un’altra parte, che conosco, lontano da qui un uomo ripensa felice alla raccolta di olive fatta qualche giorno fa, il ritorno tanto voluto alla natura lo ripaga di alcune scelte difficili. Da un’altra parte, che conosco, lontano da qui una donna rinata mille volte consuma il riposo pomeridiano nella sua casa buia prima di rimettersi a scrivere poesie. Ma io ti ho appena vista con la coda dell’occhio, passavi nella stanza che si apre alla mia e fa riva alla luce invasata in casa nostra dal sole delle cinque: le fate animano i toni pastello di tutti i ripiani e le pareti. Si vedono ora, in controluce, le ragnatele del bene che conosciamo e non toglieremo mai più.

Margherita (a Firenze)

Mi sono svegliato nel suo cuore e ho consacrato la notte a una fata. Alla fata di un fiore ho consacrato la mia notte fresca di sogno interrotto – Margherita è il nome del fiore, solfeggio d’amore e sua negazione. Felici insieme noi, mi cadeva stanca nelle braccia e poi la curva di un dolore l’adagiava a terra coi petali in torpore. Le mani si chiudevano in cristalli; e le gambe sottili; e il sorriso generoso: lumino basso, sempre più caldo. Nella notte dantesca era infine l’arrivo salvifico di un padre, allora io nel cuore ho aperto gli occhi e così ho visto la fata. Certe volte era falena, certe volte libellula, certe volte era farfalla. Veloce filava nel buio alto dell’ora solare. Un abbraccio è qualcosa da rinnovare, ha detto. E non volevo sognare altro, né più dormire e scordare la mia storia col suo fiore. Come faccio a tornare da Margherita, ho chiesto alla mia fata. Ha detto, a Firenze c’è un palazzo vecchio, un ponte vecchio e una scala antica di tetti che dal portico delle Oblate va alla cupola del duomo, senza passare da basso e nel gran chiasso: bastano due ali di fata, poi un salto e dispàri nel rosa all’imbrunire. Le fate quando ti parlano credono sempre che tu abbia le ali come loro.

Pan di stelle

Polvere di biscotti sull’accapo
della prima colazione,
il pacco dei pan di stelle
vuol sapere se un angolo di cielo
può essere rotondo,
oggi fai il compleanno e penso
di scriverti come ai tempi
comunque nostri della carta
e delle vite ancora convergenti,
hai più saputo niente
di cosa sono diventato ogni volta
che ho preso altre decisioni?
Più tardi metterò anche la voce
rotta da confermare
nello spazio di ogni mattino:
bocca a rapporto, qui è il cuore
rispondete, passo.