Una sciocchezza decisiva

La mia pecca più grave è forse quella detta eterna indecisione, benché l’eternità della stessa sia per fortuna circoscritta al minuscolo tempo della singola vita terrena, e non all’eternità della materia che i fisici dicono limitarsi a cambiare forma. Ad ogni modo, anche solo per la rarità dell’evento, e in forma di eccezione, annoto l’ultima decisione che ho preso, una sciocchezza ma pur sempre decisiva, nata all’alba di questo secondo anno di EsageratOre: non pubblicherò mai nulla nei giorni in cui ho già messo qualcosa l’anno scorso e così per gli anni a venire, finché non avrò raccolto un anno completo di prose, un’esagerazione per ogni giorno dell’anno. Allora chiuderò il blog. Roba grossa, lo so. Ma un blog a tempo determinato, un blog precario in fondo è quanto di più aderente alla qualità esistenziale della generazione a cui appartengo. E poi la prospettiva di una fine, di una conclusione, di una chiusura, dà certo più senso e valore alla piccola vita di qualunque cosa, al suo tempo e persino all’indecisione che attenta ai suoi giorni.

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L’esageratOre

Volendo esagerare è passato un anno. Un anno fa ho aperto questo diario dandogli titolo e licenza di esagerazione, per invitare il lettore a guardare oltre il modo inconsueto o la consapevole parzialità con cui posso esprimermi e indirizzarlo al punto che c’è sempre dietro, sia esso il tema proposto o solo l’arrangiamento del verbo che lo compone o, come sogno sempre, l’intreccio compiuto fra i due elementi. Esagerare è un tratto tipico dei meridionali, dicono; nel mio caso, una dichiarazione di appartenenza. Pensando poi che è già passato un anno dal capoverso iniziale, capisco che il primo esageratore – perciò, meridionale anche lui – l’esageratore per eccellenza, sì, è il tempo, che produce mutamenti anche in realtà stimate immobili, cura ferite che nessun medico può, macina lustri che paiono giorni, veste di secoli pochi mesi cruciali, esiste però non c’è mai – sempre lontano, dietro le spalle o già oltre il colle. Ma il tempo, come si è detto, è figlio del Sud, è mio fratello e per questo, dalla sua eterna distanza, mi scrive ogni giorno una cartolina dicendo che gli manco da morire, che non può stare senza me, che non possiamo incontrarci a metà strada e se non mi raggiungi, ieri o domani, mi tolgo di mezzo, non rispondo di me. Il solito esagerato.

Elogio dell’esagerazione

Tu pensi che se eviti le esagerazioni la vita non ti spezzerà le gambe lo stesso? Io dico, ci pensa già lei a bastonarti le ruote, fidati: esagera. Sarà la rincorsa per spingere in rete il pallone, spaventerà i dubbi altrui sull’interesse che nutri per loro, sarà il contagio che ti darà nuovi compagni, la voce che arriverà alle orecchie lontane o, se le forbici della vita la fermeranno, avrà raggiunto almeno il tuo vicino. Credi che la vita sarà più gentile o più lineare se moderi i termini, moderi il trasporto, moderi le attese? Ascolta: a educare i fiumi, l’acqua sceglie altre vie e il greto si secca in fretta. Restano solo pietre così, levigate. Non incidono più, non tagliano la carne se hai fame e tu, prima, smetti di aver fame, poi ti chiedi perché gli altri hanno ancora fame deprecando e invidiando la loro vita: larga. Aspetto che qualcuno apra il moderatore, aspetto il suo elogio, le sue parole, anzi, le sue mezze parole. Qui le mezze parole saranno sempre quelle in più sulle intere. Tutte in più e nessuna di troppo.

Chi, io?

Mi hanno detto trilioni di volte che esagero ma è sempre stato solo per entusiasmo (non corrisposto) con delle urla o delle poesie, per rendere l’idea (non condivisa) con dei gesti o dei monologhi, per fare dell’ironia (non concessa) con dei toni o delle trovate. Il bello è che alla sentenza segue sempre, generosa, la domanda: non ti sembra? Ecco, qui metto le mani avanti e lo dico prima degli altri, io esagero. Ora però statemi a sentire.