Profezia

Oggi ho capito che l’unica possibilità rimasta davvero alla scrittura è la profezia. Se il passato remoto ormai interessa a pochi e il presente – come anche il passato prossimo – è solo un colabrodo di fuochi incrociati, alla letteratura non resta che il futuro. Un futuro inedito, non inteso alla Jules Verne, privo di scheletro fantascientifico. Un verbo che eserciti le sue desinenze accentate al modo profetico. In questo tempo di guerra all’ultima smentita infatti – smentita mediatica, politica, religiosa, relazionale – la sola torre inespugnabile rimasta è la vita futura, col suo gradiente rovesciato di inattualità che recuperi la distanza dal presente tipica delle vere opere d’arte. Nessuno può ancora dimostrare il contrario sulle sicure visioni che parlano di come saremo, per moto di allarme o di speranza, ma ancora vivi.

Vocazione

Ieri mi è squillato il cellulare con un numero estero sconosciuto. Penso, ci risiamo coi tafani dei call-center, ma rispondo uguale: una volta su dieci è giusto anche far lavorare questi criceti innocenti. La cosa simpatica è che non cercavano me; ero già pronto a dire no, non mi interessa, e invece mi sono goduto l’equivoco, li ho lasciati parlare e ho capito il motivo della chiamata. In inglese vichingo hanno chiesto di un certo signor Zimmerman. Gli ho detto che avevano sbagliato, che però qualcosina la scrivo anch’io e su, via, la prego, mi dia un indirizzo a cui mandare un paio di testi, posso fare uno stage in sede, chissà, da cosa nasce cosa e vabbè, dai, sono certo che all’accademia servono bidelli, no no, aspetti, senta! Click, chiamata terminata. Un attimo dopo ho pensato: coglione, non gli hai detto che suoni. Credo che mi iscriverò a un corso per fare call-center. E diventare un tafano migliore.

Doc

Oggi guardavo una delle puntate che manda Rai 5 sui grandi della letteratura italiana, stavolta toccava alla selvatica Elsa Morante, e all’improvviso mi ha morso un pensiero. Soppesandone con Camurri la grandezza e beandomi delle osservazioni di Trevi e Berardinelli – fra vari estratti, letti da Licia Maglietta – mi sembrava di afferrare davvero l’importanza e la grazia di una scrittura autentica e dire, mi sono detto, che all’epoca non c’era solo lei, ma tanti altri che oggi ammiro come classici, da Gadda a Calvino a Pasolini (citando tre esempi diversi, ma di scritture ugualmente organiche). È stato allora che, investito dal fulmine Ida, mi sono detto, in parallelo, e dire che mia nonna è stata perfetta contemporanea di tutti questi artisti e, potendo quantomeno accorgersene, si è occupata invece per tutta la vita di un altro libro: quello che le usciva di bocca ogni volta che stavamo insieme. Il suo romanzo orale non ha nulla in comune per accenni o ispirazione con l’arte o la biografia di quei grandi – vite sfioratesi neanche da lontano, un giorno, che so, nella Venezia degli anni Trenta – eppure fonda la mia letteratura in maniera più vera di qualsiasi altra. A quel punto ho sentito il morso. Più saggiavo l’estraneità pacifica, la reciproca indifferenza tra quelle due realtà coesistite (Letteratura dei grandi, Vita di nonna), più entrambe acquisivano merito e bellezza, ogni volta che riuscivo ad accrescere la distanza fra loro elencandone gli attributi. È possibile scrivere o, ahi!, vivere davvero; altrettanto miracoloso è l’uno o l’altro destino.