Una stanza d’aria

Perché abbiamo smesso di scrivere il luogo da cui mandiamo le lettere, ormai lettere al computer? È solo cambiato il tempo di ricezione – definito reale – non certo i connotati dello spazio, il luogo da cui ogni volta siamo seduti a comporle. Abbiamo azzerato il tempo, ma lo spazio che ospita il corpo (in maniera ancora più fondante e reale del nuovo tempo) non si può azzerare, come scrivessimo da una stanza d’aria che galleggia in cielo. Eppure, a nessuno più importa dove siamo quando gli si dedica il pensiero, a motivo di lavoro, affetto o burocrazia. Non si scrive più. Dove siamo non importa.

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Mi hai insegnato tutto

Caro Roberto,

sono le 4 di notte di giovedì 30 e ho finito il disco. Avrei voluto parlarti questa sera ma sono solo nella casa di Roma e non ho il tuo numero a Teramo. Avrei voluto parlarti per dirti un sacco di cose, sul tuo disco, sul lavoro che hai fatto. Il disco è tuo. Mi hai insegnato tutto: ad aver rispetto e paura nello stesso tempo e amore per il mio lavoro; rispetto perché le responsabilità sono tante, l’impegno è totale le possibilità infinite, paura perché ho terminato da quattro ore e mi manca già. Mi sento un vuoto incredibile e una grande sensazione di insoddisfazione futura (vorrei ricominciare domani stesso) amore perché non venderei questo disco neanche per la vita di mia madre (forse ho esagerato) perché lo proteggerò anche a costo della mia vita, perché mi sento di cantarlo e suonarlo davanti ai re (se ce ne sono ancora) e davanti agli straccioni, ai sindaci ai matti e ai santi, perché fra debolezze congenite fra piccoli calcoli e squallide operazioni è timidamente nata in me una coscienza al di là di ogni sospetto, una coscienza che cancella ogni ritorno alla dolce tranquillizzante mediocrità che in modo grottesco e cialtronesco aveva, fino a poco tempo fa, bloccato ogni operazione creativa. Ho fatto, suonato pensato e cantato più musica in questi quindici giorni che in tutta la mia vita. Tu dovevi esserci. Ogni nota ogni accordo ogni inflessione della voce la verificavo fra me e me ma soprattutto tenendo presente quello che tu avresti voluto preferito o scelto e cantato. Il buffo è che avevo la sensazione che avresti cantato benissimo anche tu, ti saresti trovato al millesimo di battuta in modo perfetto e questo mi consolava e mi divertiva. Pensa che in questi quindici giorni non ho passato un solo momento di tristezza o di rassegnazione, mi sono sempre divertito ho riso con tutti e mi sono anche sentito molto buono. Ora è nato il grosso problema del sonno: non riesco più a dormire, mi sembra molto stupido e la notte cretino. Non vedevo il momento che arrivasse la mattina per cominciare a lavorare a cantare a tradurti e a tradurre in suoni sentimenti grida e anche battiti ritmici di cuore le tue idee. Credo che sia meglio parlarti un poco del disco: prima di tutto debbo dirti che i ragazzi del complesso sono stati formidabili instancabili e soprattutto pieni di convinzione direi quasi ideologica, praticamente quasi un miracolo!! Dopo i primi due giorni tutto sommato vissuti da noi tra l’indifferenza e anche lo scherno degli addetti ai lavori vi è stato un crescendo di interesse che ha coinvolto un poco tutta la gente della RCA (e anche gente che veniva da fuori) ed è stato un pellegrinaggio continuo dai fonici ai tecnici ai capilinea ai dirigenti gente che stava nel nostro studio sospendendo i propri lavori per sentire le canzoni. Era anche molto interessante tanto è vero che ho dovuto levare il cartello di “vietato l’ingresso” per non fare lo stupido e per non fare la figura del fesso. Alle dieci di mercoledì è venuto anche Melis con un altro pagliaccio che si chiama Fanti (uno che è stato nella legione straniera) e fra una serie di battute ironiche e di provocazioni nei miei confronti (vedi il titolo da lui proposto) ha dovuto ammettere la validità della cosa, e ti dirò che lo ha fatto anche con visibile piacere. Ora è chiaro che il disco non è tutto perfetto, la perfezione è ancora l’isola più lontana da raggiungere per me, ma con tutta l’umiltà che mi sento e con quella che purtroppo non ho penso che potrà piacere e anche molto. Sono le 5 e proverò di dormire. Spero che tu sappia perché ti ho scritto e spero che la mia follia da ex grafomane sgrammaticato non ti abbia stancato e infastidito. Vorrei abbracciarti e stare con te sulla tua poltrona (che ci sarà anche a Teramo) e bere il caffè di Elena (che saluto tanto) per tutta la vita. Al prossimo lavoro.

Lucio

Al diavolo con le mie gambe

Marradi, 25 settembre 1917 – a Giovanni Papini

Come un fauno deluso prendo il ghiaccio dell’acqua di un bacino sotto una cascatella montanina. Il sole non s’affaccia ancora dietro i castagni. […] Povero Dino. Non restare in mezzo alla via ti schiacceranno. Ma lui resta in mezzo alla via. Son nate fuori le cavallette e mi saltano intorno con ruote rosse. Pure in tutto c’è una certezza che io… (c’est un secret par tous connu)
Devo farmi coraggio?

Dino Campana, dal carteggio Al diavolo con le mie gambe (L’orma, 2015)