Fuorilegge

Nel cunto di oggi a messa Yeshua è presentato al tempio dai genitori per adempiere ogni cosa secondo la Legge. Lo riconosce un uomo nel cui nome è segnato l’ascolto tra Dio e la Storia. Mi piace credere che Simeone riconobbe nel bambino il vero liberatore, non quello che deluse le aspettative di Giovanni. Voglio credere che l’uomo giusto capì di non avere davanti un ribelle politico ma un fuorilegge spirituale: il volto di chi spezza ogni istituto creato per dividere i buoni dai cattivi, gli autorizzati dai non autorizzati, chi può fare la comunione e chi no, chi posso amare e chi no, chi può sposarsi e chi no per servire la comunità nel suo nome. Yeshua fu l’ultimo costretto a piegarsi alla legge – non per seguirla ma per compierla, esaurire cioè ogni tradizione portando il necessario da questa parte, nel divenire. Senza saperlo, i suoi genitori depongono così nel tempio una bomba a orologeria. Distruggerà ogni residua schiavitù dell’uomo rispetto al sabato, sostituendo a dei semplici mattoni il sangue e la carne di ciascuno, proprietà interdetta alla gestione di amministratori esterni. Contraddizione di una legge che impone la fine delle norme; spada nell’anima prevaricatrice che millanti ispirazione divina. La sua nascita aveva già convocato con i magi la sapienza orientale, notoriamente fondata sul principio della vitalità più che su quello della verità: deporre l’intelligenza che separa ogni cosa, scegliendo l’ascolto del modo in cui la respirazione passa nel tra del corpo mantenendolo vivo e animato. Su quella dedita alla verità e alla direzione in cui vado, cresca allora e si fortifichi in me più l’attenzione alla vitalità e al modo in cui mi evolvo, riverbero continuo della luce dai margini al centro, dal centro ai margini.

Libretto di transito

Misurate le parole di Franca Mancinelli, continua la loro poesia a risuonare in noi come nel bianco prevalente di ogni pagina. E sembra di continuare a leggere qualcosa per la prima volta: il mondo, lo spazio che abbiamo davanti, il segreto vissuto nei gesti piccoli del tempo. Ogni testo del suo Libretto di transito (Amos Edizioni, 2018) è un trampolino orientato sul miracolo di farci autori dei canti sulle faglie che ci abitano. Crepe da cui soffia il vento nei tentativi di un abbraccio, spiragli che ospitano il transito della luce in entrata o in uscita, verso il buio del non detto o l’aperto della meraviglia. Scrivo questa nota in piena libertà e in gran disordine, come chi esce di casa coi capelli ancora bagnati e le scarpe slacciate per la gioia di andare incontro a un amico. In questo momento, nemmeno ho il testo davanti. Ma ritorna la luce che ieri a villa Borghese accendeva le pagine nell’unica tregua che ha commosso un’intera domenica di pioggia. Libretto di transito è una raccolta di testi in prosa, piena di grate allusioni a elementi e ritmi della natura, abissi tra un punto fermo e l’altro delle pur brevi composizioni; è un ambiente dove ricorre in più varianti il movimento del cadere, un’attrazione lenta verso il basso, precipizio incontro al pastoso nero della terra, irruzione verticale di un ricordo fondativo; scrittura sorgiva, diramante su figure di tumulti, tremori; e rondini, mattine, argilla, pareti, fenditure come nascondigli di bambino, desiderio, foglie e ragnatele del bene; musica sospesa nella radura del petto. Franca Mancinelli, la sua pronuncia del mondo, corta densa e precisa, io la sto ancora cercando. Cerco il suo luogo, ammesso «che un nome possa avere luogo».

Fatti vivo

Figlia dell’inverno / la lettura / offre la storia / e il silenzio, / il nero del legno / e il bianco della neve. / Il silenzio tra le parole / permette alle parole / di procedere / e come il silenzio / degli animali / e dei ricordi, / attivo e fertile, / non cospira / con l’infelicità / di dire sempre / solo quello che sai già. / Ho bisogno delle parole / degli altri per scandagliare / le mie. Ascoltando / scrivendo / scopro cosa so. / Le parole / sono la casa del mondo / lo straccio che lava / le cose. / Leggendo / più che comprendere / faccio / scioccamente parte / della dolcezza d’essere. / Leggo per abitare / scrivo per traslocare.

Chandra Livia Candiani, La lettura da Fatti vivo (2017)

Eroi

Oggi ho comprato un libro di poesia e, come spesso avviene, mi sembra che la giornata sia già piena così, meritevole, e non solo: di salvare un po’ il mondo, mi sembra, di tenere in piedi la baracca. Tanto bizzarra ai più è l’idea che esistano nel mondo reale i lettori di poesia, che la sola eccentricità dell’acquisto avvera di squadernare le ingiustizie redatte nei copioni giornalistici e fondanti – pure a motivo – ogni forma di pubblico discorso. Comprare poesia è da eroi, è la variante inattesa, il guizzo fuori copione, inciampo al mesto abbrivio del calendario, spillo di luce nella corsa nuvola dei giorni. In casa ora c’è Gli eroi sono gli eroi, di Mariagiorgia Ulbar (Marcos y Marcos, 2015)

A scuola di lettura

A volte quello che vorresti nel segreto non è scrivere qualcosa di raro e meraviglioso, ma intervenire ancor prima della comunicazione e far sì che qualsiasi cosa tu metterai in parole sarà impossibile da ignorare, non per la sua bellezza ma proprio così, per una sorta di stregoneria. Perché sai che qualunque testo, per quanto bello, è tranquillamente passibile di non lettura, non comunicazione, anche solo per volere del caso: basta non aprire mai quella pagina o passare lo sguardo oltre con occhio distratto. L’esperienza di lettore diventa allora per chi scrive un controluce istruttivo sull’invadenza propria del suo sentimento, sogno di esserci per qualcuno, desiderio di relazione prima che si manifesti l’interesse dell’altro; e la lettura si fa promemoria contro la vanità, per lo scrittore che tende al meglio pur senza alcuna garanzia di arrivare, e dunque di esistere. La sua esistenza infatti è cifra d’occasione, dubbio da fugare ogni volta sulla riprova del suo testo, sorta di incidente che può capitare in vita o dopo, quando si avverano le due condizioni: aver scritto qualcosa di buono, essere letti da qualcuno. Solo del lettore conosciamo per certo l’esistenza. Ma l’uomo che scrive, ombra in cerca di materia a cui appartenere, non può non desiderare a volte di essere Faust, l’irresistibile musica.