Scandalo

Non c’è pornografia o altra indecenza che tenga, il mio unico vero scandalo è la morte. La morte di chi uccide, la morte di chi è ucciso. Chi si scandalizza, ho sempre detto agli amici, lo fa perché non conosce abbastanza l’oggetto che ferisce la sua piccola morale, le dinamiche, le relazioni tra le persone protagoniste del suo scandalo, le loro motivazioni, il loro vissuto. Non c’è scandalo nell’omosessualità, nessuna vergogna nell’erotismo più estremo, niente di scabroso nella debolezza di un uomo che tradisce il suo mandato per delirio di potere o per eccesso di amore, e nemmeno nella bestemmia usata come puro intercalare da chi non riesce a stare al centro di se stesso. Niente mi fa stracciare le vesti, se non la morte inflitta o ricevuta. Inavvicinabile inconoscibile immotivabile, la morte data al simile è puro negarsi, trionfo della solitudine maligna, assurda volontà di rinnovare il primo anatema della nostra specie. Oggi, per esempio, mi chiedo come può occuparsi di qualunque altra cosa il cielo, illuminare i giardini o diluviare a novembre senza aver prima incenerito l’inferno libico, senza averlo ancora fatto sparire dalla faccia della terra.

Liberaci, Libia

Basta un attimo per immaginarsi tutto al contrario: una coalizione di eserciti africani che discute su quale delle violenti forze centripete occidentali appoggiare per liberarne dalla minaccia gli europei. Appoggiamo la mafia o lo stato, le spinte indipendentiste del Caucaso o il dittatore moscovita? Escludendo solo per un attimo l’ipotesi dei buoni e dei cattivi, per cui i fratelli equatoriali sarebbero mossi da un disinteressato altruismo progressista che gli faccia individuare quale delle parti europee in causa ne rispecchia meglio il modello unico di sanità sociale e fratellanza pacifica, la scelta cadrebbe senz’altro sulla parte più disposta a cedere sovranità a cose “sistemate”, quando le loro armi avranno liberato il continente bianco dal cancro che ne ostacolava il sano sviluppo – cioè quello che finalmente comprenderà il marchio colonialista africano. Allora siamo pronti, Libia, liberaci dal nostro male.