Tullio De Mauro

Un mese sol fa, ha posato
l’archetto della lingua Tullio De Mauro.
Violino altri la sua memoria:
qui lo si canta senza lirismi,
in prosa di jazz. Non sol un die si s-
-pese a vantaggio del nostro linguaggio
scalandone l’alto lignaggio
fin su la vetta del passero gobbo.
Certo, crome ieri  anche oggi
la situazione resta grammatica
– né altre si può figurarla
ma non fa dièsis ché
grazie alle partiture ’de Mauro
noi cantori a Tullio eccedenti
abbiamo tasti e corde abbondanti
da sonarla come conviene
pur tra le sincopi dello sconforto,
se d’un maestro può dirsi
ha smesso ma, oh, non è morto!

La mia lingua

Un poco espressivo, dolcissimo, perdendo, crescendo, rinforzato, sempre legato, subito, tremolo, diminuendo, morendo. Sono solo alcune tra le indicazioni che i più grandi geni della storia musicale hanno usato nelle scritture dei loro capolavori. Fossero tedeschi, francesi, russi o di altre latitudini, la sola lingua degna di comparire sul pentagramma senza stonare in mezzo alle note, tollerata nel regno alieno della musica, era l’italiano. La mia lingua.