Saprai essere terra

Saprai essere terra, figlio mio? Saprai allargare, spaccare il caro e modesto vaso in cui abbiamo trasferito le radici dopo il saluto a Palermo? I nostri appoggi spingono ma non trovano luogo, trabocca a volte l’acqua, non viene assorbita e soffoca. Vivere stretti così non permette di crescere, la curva di coccio è dura ma, anche spaccandola, fuori deve esserci la terra. Come vorrei darti aria e racconto del grande campo da cui vengo, da cui vieni. Dobbiamo riavere terra. Se tu sarai terra, se crescerai qui insegnandoci la vastità, l’oltre fecondo di questa vita lontana dall’origine, noi torneremo a espanderci, di storia fusto braccia rami dita e foglie, per te che avrai il massimo nutrimento. E saremo viventi simili a nessun altro nel campo attorno, saremo noi l’origine conquistata a morsi di bufera, avremo un colore unico e nella corteccia i segni del buio prima che cielo e terra fossero divisi. Ma tu sei già la nostra terra, amore. Nessuno ci ha suggerito il nome degli elementi che la abitano e noi siamo chiamati a un battesimo incessante. Vorremmo solo conoscere la lingua da cui saremo parlati e qui non ci sono maestri a cui fare domande, da cui imparare – cioè ricordare – il mondo prima di questo mondo nuovo che è il tuo sorriso.

Meno sei lontana

Luce, più duri meno sei lontana. Oggi ho sorpreso il sole infuocare il pomeriggio ancora dopo le cinque, nel punto di fuga tra i palazzi in fondo alla via – alzo la testa e il cielo inaugura mille virate dal celeste al verde arancione. Domenica siamo stati al parco antico e per la prima volta ho visto mio figlio strappare a ruota i fili d’erba dal prato alto ai margini del telo – impeto di gioia. Dopo otto giorni che l’Etna divampa nella notte arrivandoci con foto e video strabilianti, oggi a Palermo si sono svegliati con la cenere sui terrazzi e nei balconi (spingi ancora, materia dalle viscere, copri la distanza, io ti aspetto, spingi nell’aria e arriva fin qui, dammi il bisogno di pulire a terra in preda allo stupore, spingi, sorvola Pompei, cadi al centro di casa mia, faccio un buco nel tetto dell’edificio e metto un cartello accanto all’antenna televisiva: isola madre nel cuore, prossima uscita). Stamattina, dalla mia camera tutta in penombra avevo comunque il sole in mano, era appeso a una lenza lunghissima e tirava guizzando nelle stanze degli altri collegati alla stessa riunione da città sparse in tutto il paese. Poco fa, mentre sparecchiavo ho sentito mio figlio giocare con sua madre facendo l’esatta risata di uno scoiattolo che vola tra i rami più fini degli alberi. Un elenco non basta, ma niente che riguardi la luce può bastare, questo disordine amoroso è il massimo traguardo. Luce, del tempo fai grovigli e lo rivolti, lo spazio trema quando passi, ti nascondi in stormi di cenere migrante, non so come fai come faccio, come farei, altrimenti. Tu mi hai insegnato tutto.

Tenere

Sono ore che interrogo i fili che mi legano alle persone importanti rimaste sull’isola; fili che non smetto di tenere pur non capendo di che materia siano fatti, per essere tanto forti da tenere anche dopo anni di lontananza, lievi sul mar Tirreno la notte; da tenere contro ogni bufera o terremoto abbia scosso la mia casa centrale che somiglia a un faro dove ho inciso l’alfabeto dei gabbiani sul petto, per impararlo a memoria e muovere al destino i miei messaggi. E questi fili li tengo ancora perché sento la tensione di risposta, la vita che parte dalle mani delle mie persone al sud e mi funge da meridiana. È strano tenere qualcosa di cui non riconosci la fibra, che non puoi nominare. Se il talento della scrittura è dire bene ciò che resta pure inspiegabile, io ci rinuncio, esagero in semplicità e solo, questa fibra che non smetto di tenere, la chiamo tenerezza.

Gravità

Ieri a punta Raisi abbiamo ottenuto una piccola licenza dalla gravità, sorvolando per cinquanta minuti il Tirreno dentro un verme di ferro e titanio a forma di croce. Dopo vari mesi di asciutto invece, oggi Roma è stata bersaglio di una feroce richiesta d’acqua: la gravità ha preteso dalle nubi che mutassero la città in laguna, facendo Nilo attorno alla Piramide Cestia e acquario nei tunnel delle metro A. Così il grave distacco dall’isola, concessomi dalla palla di fuoco ardente al centro della Terra, mi è costato il pizzo di nostalgia acquosa che ha spostato la nostra capitale ad Atlantide. I turisti non sanno nulla di questo cambio, loro non distinguono tra le rovine: hanno pagato per camminare tra le vestigia di un impero e mirano invece il crollo di una diga. Per l’intera mattina, casa nostra è stata una barca in alto mare, lampara nel buio della notte distante da qualsiasi faro. La gravità, nel gioco tra luna e marea, è stata clemente e la navigazione non ha subito ritardi eccessivi, facendoci approdare alla costa pomeridiana e scendere di nuovo solidi e all’asciutto. Chissà se e quanto ci costerà, esserci salvati dalla bufera; se e quanto ci sta già costando adesso. Se c’è in tutto un equilibrio.

Una cena, figure

Io mi sento sempre dentro una compagnia con voi, anche se ormai ho gli zigomi pieni di calli: sono sette anni che questi mille chilometri mi prendono a pugni. La lontananza è Michelangelo che lavora il marmo e dalle nostre ultime figure trae lineamenti nuovi, sconosciuti, estranei. Ti sento chiamare fratello altre persone, ti vedo sorridere dopo aver fatto un po’ d’amore con loro che non conosco, ma penso lo stesso che siamo legati da un cemento armato contro le mie assenze d’acciaio. Ultimamente abbiamo fatto cose molto belle, dici, senza capire che sono proprio quelle senza di me a farmi sentire più lontano da voi. E più lontano sono io, più belle mi sembrano le cose che mi racconti e magari, se fatte insieme davvero, non mi direbbero uguale bellezza. Perché sarebbe cagionevole, esposta agli umori, ai bronci e ai tempi morti che sappiamo della vita. Allora non vi manchi di farne altre mille, cose belle senza di me – fossero mille i giorni che ci separano – ma al prossimo giro farne ancora una insieme, non per forza davanti al pubblico; una cosa più intima, anche piccola, solo una cena. E colmare di storie le mutue assenze, darle alla confluente bellezza del racconto e ritrovarci nelle nostre ultime figure, dentro quella compagnia, come un marmo di nuovo al suo posto. L’uomo all’uomo passando smette di fare cose e, solo, ne diventa una bella: un racconto.