Geminidi

Questa notte brillerà di meteore, circa cento meteore all’ora, dicono i giornali. Sono le stelle cadenti di dicembre, le Geminidi. Si chiamano così perché sembrano partire da un radiante vicino alla stella alfa della costellazione dei Gemelli. È uno sciame attivo dal 3 al 19 dell’ultimo mese, ma il picco di visibilità si raggiunge ogni anno nel buio fra il 13 e il 14. Detto ciò, come a volte si ha l’impressione che il mondo ci parli, ora io avverto un messaggio diretto a me dall’intero universo. Una conferma sulla vita insieme all’adorata che ho scelto più volte nella mia selva al bivio di turno. Oggi infatti si festeggia la santa della luce, l’anticipo di dodici giorni sul sole invitto che dà i natali all’uomo nuovo. Ed è proprio il cielo di stanotte, il cielo di Lucia, ad accogliere il disordine di stelle che scaturisce dalla mia casa nello zodiaco. Il mistero di Lucia ospita le faville dei Gemelli, le danze nietzschiane nate dal mio caos. E il destino è quadratura di libertà.

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Ninfee

La pioggia incessante che apre voragini sulle statali e trascina gli uomini fuori dalle macchine, come stamattina è accaduto sulla Pontina, vicino San Felice al Circeo; questo maltempo che accorcia ulteriormente il giorno buio di novembre negli interruttori già accesi a ora di pranzo in cucina; tutto questo sciogliersi dei cieli nella grande serra che è diventata la casa comune, un giorno trasformerà gli ultimi rimasti in tante belle ninfee adagiate sull’acqua. Tale è lo spirito di adattamento dell’uomo, sopravvissuto già all’era glaciale e ora chiamato a questa nuova sfida: diventare ninfea nel grande ricominciare placido e lento del creato. Sì, i pochi ultimi di noi residui saranno ninfee aperte al nuovo sole in petali bianchi, gialli, rosa, violetto e azzurri. Saremo fiori acquatici molto grandi e decorativi. Non faremo più male a nessuno.

Nella vastità

Le nostre vite procedono qui alla costante velocità del tempo, tra mare piatto, lente salite e cadute di schianto per i muri alti delle onde. È già successo di chiederci, con lo sguardo cambiato, hai più saputo niente di cosa sono diventato ogni volta che ho preso altre decisioni? Ma nella vastità oceanica che ogni giorno misura la nostra distanza di abissi sempre più umani, e ci fa sentire perduti in creature ben diverse l’una dall’altra, io so che la mia stella e la tua sono rimaste vicine: nate dallo stesso fuoco, la notte brillano ancora accanto sulle acque generose del pianeta, e così pure faranno quando saremo polvere che fruga le radici degli alberi. Un mistero senza nome ci ha fatto compagni nella luce che fulmina i corridoi dell’universo.

Senza niente dire

C’erano formiche a casa loro grosse così, tra le panche di cemento davanti al mare e invase di persone che al vespro, una volta a settimana, cercano di mangiare parola che le liberi dalla mortificazione religiosa e da altri legacci. In mezzo ai loro gomiti ho pensato a te – oggi ti ho dato il mio suono per la nostra comunione a distanza, da qui all’imminente poi che ti prenderà molta energia – ma non è il mio pensiero che conta, perché ecco, la verità: qualcosa dentro ha trovato le parole per chiedere il giusto, quanto serve per accompagnarti di nuovo fino al sole in ogni caso, e al nostro prossimo sorriso. Parole che non ho sentito io nemmeno, ma si mescolano alla linfa che mi permette di camminare, di alzare la testa alla roccia brunita del Pellegrino, chiedere a un passante che guerra sta combattendo, entrare in casa e dare un bacio a mia moglie. Senza dire niente ad anima, di quello che mi si è chiesto dentro. Per te, fiore di campo.

Il peggiore dei diavoli

Parto il giorno dopo i Magi. Come loro, raggiunto l’indice aereo di uno spigolo, oggi torno alla casa lontana per altre vie, converse da una manifestazione che mi ha segnato e serbo meditandola nel cuore. Ma c’è una luce che pare maggio, per le strade un tepore d’incanto e il sole: c’è questo da lasciare e pietre antiche, specchio degli avi saraceni che mi ribollono nel sangue. L’invitto prende questa città a schiaffi sui balconi e modella le ringhiere come a volerla svegliare, non da un sonno – ché non dorme del tutto – ma da un torpore che la fa recidiva, colpevole, bastarda, lieta di correre allo sprofondo. Benché l’età adulta scavi sempre al quotidiano di ognuno una cinta di solitudine, qui tutti vivono più vicini fra loro godendo alla radice un amore e un calore altrove inesistenti, ma al prezzo alto di un contagio: le reciproche ansie, nevrosi, concorrenze affettive, invasioni di campo e occhi giudicanti, da domare se vuoi crescere un seme che risponda a ragioni solo tue e non altrui. Per questo sono contento di aver preso nove anni fa la via foresta dell’anonimato sociale che ti presenta per ciò che fai e non per la tribù a cui appartieni; per questo sono triste, quando registro i segni della violenza amorosa sui volti dei rimasti in isola ferma. Ben che partire sul far della sera e guardarla dall’alto, passando le ali sulla città, mi permette di darle ancora il beneficio del sonno effettivo, e mi sembra che non ci sia niente di più bello che vedere dormire, forse anche sognare, il peggiore dei diavoli.

Vieni

Vieni alla luce in un giorno di pioggia, tu che porti il nome di un vento favoloso, e mi ricordi che è luce anche questa sotto le nuvole, sono colori anche questi dei palazzi alberi e mobili di casa e del maglione che indosso, pur se arrivano tutti all’iride come traduzioni infinite dello stesso tono caligine. Adesso ho capito il motivo della forma che ha il mondo, adesso, ed è l’impertinenza estrema della vita che mai tace di mezzo anche a mille devastazioni, manifesta in una sfera unica azzurra di incessante gravidanza. La pioggia batte in balcone e rinforza la trama nei miei verdi globi alla finestra inventando scie sonore di fiume sotto le gomme delle auto che passano. E questo angolo di pianeta si fa umido – umide le foglie della pianta rimasta fuori, umide le lamiere posteggiate da ieri, umide le parole di chi aspetta al semaforo – umido il pianeta com’è rorido di umore uterino chi nasce e rompe la membrana del massimo segreto. In un’ora qualunque del giorno, sotto ogni forma del cielo, effusa in qualsiasi tono di luce, viene la rugiada di un’alba che per un attimo ferma ogni altra vita in cammino. È passata da poco la mezzanotte, non so dire se il giorno è ancora lo stesso o se invece chiamarlo domani. So che tu vieni. Hai atteso la luna piena di novembre che si specchia sui tetti lucidi per trasformare le vite di molti.

Melograni

La chiamano solare, ma quest’ora nuova che spegne tanto presto la luce e i colori ci fa arrivare alla sera come nell’alto mare aperto, a molte miglia scure dalla costa. E la cena si apparecchia che è già buio alto. Fuori, una madre viaggia con sua figlia risalendo l’Italia in treno, per dare un bacio a un altro pezzo di cuore suo migrato al nord e raccogliere, in vista del ritorno, la madre di cui è ancora figlia, partita prima di lei. Sono passate anche da casa mia, fiammella al centro dell’intero paese, faro contro la violenta estraneità del mondo che pure si vuole e si deve conoscere. In questo alto buio aperto, così, guardo i melograni che ci sono arrivati l’altro giorno dalla Sicilia – li ha portati una zia che vive qui ed è tornata dall’isola in macchina. Incastrata nel frutto che nutre le simbologie di tutte le religioni, fissa alla fioritura che detta i tempi dell’amore nel Cantico dei Cantici e mi ravviva le braci dei muscoli nel petto, c’è la nostra terra lontana. E il sole, in guerra contro l’ora che porta il suo nome.