Aspetto un bacio

Sul caro monte degli ulivi, dopo la cena, mi allontano dagli altri a un tiro di sasso e l’angelo mi viene di conforto. Nella lotta il sudore, in ginocchio, somiglia a gocce di sangue che cadono per terra. Mi rialzo, torno dagli altri e li trovo che dormono tutti per la tristezza. Tra stanotte e domattina è il potere delle tenebre, vestiranno di porpora le mie parole e non mi crederanno. Eppure, anche nel cammino feroce da qui al Cranio, i miei gesti daranno luce alle vite di alcuni. Malco da stasera si chiederà come ho fatto a risanargli l’orecchio mozzato dalla spada di Pietro; Pietro scaverà col pianto amaro la parte più umana di sé; Erode smetterà la sua lunga inimicizia con Pilato; Pilato troverà in me un riflesso alle sue domande sulla verità; Barabba non pagherà per la sua rivolta contro il potere e vivrà pensando all’omicidio commesso; Simone racconterà al figlio e in futuro ai nipoti di aver retto, tornando dai campi, la croce ingiusta di un profeta; uno dei miei compagni appesi al legno sarà il mio primo fratello in paradiso. Come vena di miniera il mio oro brillerà nello scuro delle carni lacere, fino all’ultimo fiato davanti agli occhi di mia madre. Ma ancora è presto, e sapere tutto questo in anticipo, anzi, rende la pena un macigno molto più grave. Ancora aspetto insieme ai grilli, ancora per poco. Aspetto un bacio.

Reggere

A volte è il soffitto che tiene le colonne. Non so chi mette questa frase nel mio orecchio. Sto ammirando il soffitto del portico di santa Maria in Trastevere. Mi giro verso un noto giornalista palermitano, la sua smorfia di impotenza, lontano, a destra, come a dire non è colpa mia, è il mio lavoro. Ha appena fatto la cronaca di un abbandono: mio suocero, patologo, ha lasciato un caso assegnatogli dal tribunale. Eccolo, sospeso all’altezza della mia fronte, gambe incrociate, sembra seduto sull’aria. Indossa una camicia da notte bianca a scacchi blu scuri e mi guarda dall’alto in basso. Gli dispiace molto per com’è andata, che abbia mollato. Non l’ho mai visto così esposto, sincero, indifeso. Lo tranquillizzo: non potevi fare altrimenti. È come se ti avessero detto noi non ci fidiamo, gli dico, e tu avessi risposto allora arrivederci, di che stiamo parlando? Domenico posa su di me l’espressione più ricca nuda e diretta che io abbia mai ricevuto, adulto da un altro adulto. Dritto negli occhi. Il suo volto è gratitudine e consolazione insieme. Mi ringrazia perché l’ho sollevato da un peso; mi conforta perché sa che manca tanto a tutti. Quello sguardo mi riempie di calore, mi nutre, mi dà una serenità che basta a farmelo sentire presente per tutto ciò che conta, grande aiuto per me e sostegno per tutti noi. Si china lentamente per abbracciarmi la testa, non smette mai di chinarsi fino alla fine del sogno, mentre sento di nuovo la frase. A volte è il soffitto che tiene le colonne. Non è lui a dirla: non ha mai aperto bocca. Forse è la sua faccia, penso. Subito dopo mi sveglio e il giorno intero sa di questo.

Il pirata

Per esempio è bello il momento del giorno, dopo cena, in cui lei è a letto, io sistemo la cucina e Arturo in pigiama fa la spola tra noi correndo pieno di sorrisi, per la certezza piratesca di possedere il mondo con l’audacia di un passaggio nel corridoio semibuio, felice di sottrarsi ai limiti del tempo concesso prima di dormire. Il pirata rallenta sull’uscio della cucina (l’angelo lo salva dallo spigolo del tavolo) si ferma davanti a me, alza la fronte quasi al tetto per guardarmi e io ho davanti una stella, tra il lavello e il cassetto delle posate. Che ci fai ancora in piedi? dico raccogliendo le briciole che restano a fine giornata. L’amore fa un ghigno di ripicca ulteriore (finalmente gli sta uscendo anche l’ultimo incisivo), volta i piedini con manovra incerta e segue il fulmine diretto all’altro capo della costellazione. In camera prende il secondo rimprovero, lei lo fa salire sulle coperte dicendo Guarda che anche papà sta venendo a letto. E del resto che c’è fuori, la notte – financo tra i diamanti del cielo nero – non ho più memoria.

Sul metro dei quanti

Piccolo come diventa, può stare ovunque, nascondersi e non farsi trovare, passare la materia e certo uscire, quando e come vuole, da ogni poro. Invece resta dentro. Ridotto e stretto come niente al mondo, il cuore, la prima volta che porti un figlio al nido. È fisica, elemento più piccolo sul metro dei quanti non esiste. E le traiettorie! Impazzite sghembe nervose, accelerate al millisecondo, battono sulle ossa e sulle pareti di carne. Torni a casa, valuti il da fare, parli col portiere, fai bene le scale, infili la toppa e cedi – un altro vuoto: stavolta è nella mente. Si è staccato dalla mente un ramo intero. Nato da poco ma cresciuto subito forte, divaricato in mille legni verdi sottili per l’esposizione fortunatissima. Così fitta ne era la trama da fare ombra a terra e fresco per l’erba dove giocare. Adesso quel ramo vive ma altrove; altrove ma per poco; e tanto basta al laser del sole per incenerire le farfalle nate lì sotto. Così è l’ennesima novità, l’innumero esilio dal centro. E ogni volta non sai dove ti hanno posato, non sai da dove scrivi, da dove guardi, da dove pensi, tanto la vita ha rapito la vita a te stesso con altra vita mai ferma e lucente. E si scrive poco, sempre da una periferia, mai più dal centro; si guarda mai più dagli occhi; si ascolta mai più dalle orecchie solo nostre – sempre avuti, sempre avute, prima che l’amorino ti riducesse il cuore sul metro dei: “Quanti siete ora nella stessa vita davvero?”

L’aquilone

C’è un bambino, di un anno e poco più, a mollo in piscinetta, ride sguazza gioca schiaffa e risponde occhi socchiusi per la luce, le mani ormai di carta, la pelle una muta d’acqua, spiccando urletti di gioia su infinite variazioni di una sillaba, “ca”, sempre la stessa. Così guardando ogni tanto di lato, dal tavolo di lavoro in terrazzo, si sente meno caldo, meno attrito, meno peso e gravità arrivando su, alla fetta di fresco con la vista alta sul mondo – è un bel tappeto che non parla, vibra solo e sai di cosa: felici bimbi a mollo per tre ore, colla palla e il leone, mentre tu fai l’aquilone.

Olfattivo

L’odore di pomodoro che hai ovunque sul viso dopo aver pranzato con le mani. Odore di matita nella camera dei tuoi primi tentativi coi colori. Odore di sudore condensato sulle punte dei riccioli rossi dopo una giostra di giochi in casa. Odore di terra e marciapiede che fai quando torniamo dall’infinito della villa. Odore di saliva che ti fanno le mani infilate sempre in bocca per il pizzico del quinto dente in arrivo. Odore di stoffa sintetica e bisogni stantii che esplode aprendo il cestino dei pannolini. Odore di sapone senza sapone e crema alla calendula dopo il bagnetto. Odore di caldo che ti investe da più lati quando ti accovacci su di me al momento temuto desiderato del fon. Odore di cuoio e gomma che fanno i sandaletti appena comprati per i prossimi mesi estivi. Sei luce così anche se io non avessi occhi per l’amore visivo. Ho messo due foto accanto, sullo scaffale dei libri: io con te in braccio davanti alla luce dell’oblò nel nostro primo viaggio in nave; mia nonna con un mazzo di fiori sulle gambe accavallate, regalo per il Natale 2000 della signorina Galbato. L’amore gioca con il tempo e tu sei l’odore di quei fiori.

Rimbambinire

Oggi ho riscoperto l’acqua calda, è stato bellissimo: ero con mio figlio e giocavamo col rubinetto del bidè. Aspettava l’apertura del miscelatore col fiato sospeso, irradiava luce da tutto il viso quando arrivava il flusso e rideva come uno scoiattolo quando infilava le mani nella pozzetta che attendeva di scolare. Oggi ho mandato un messaggio di auguri a una cara amica che ha partorito esattamente un mese fa, senza averla più sentita da allora ma immaginandola in piena metamorfosi e tutta presa a riconoscersi la pelle tra molte fatiche e innumerevoli albe. Oggi ho visto e condiviso la foto di un soccorritore della guardia civile che salva un neonato caduto in mare al largo di Ceuta, davanti al Marocco: una cosa prodigiosa. Il bambino levato dalle acque si è salvato nell’incontro fra buona sorte e azione umana, trasformando l’immagine in emblema di disperazione e contemporanea speranza. Oggi è nato il figlio di mia cugina che considero una sorella minore, è stato liberatorio per lei ma anche per noi, che abbiamo sentito uscire dal petto la memoria fisica del nostro arrivo sulla Terra da genitori. Parlando coi nonni e i vari zii – suoi fratelli – ho fatto così gli auguri a tutti noi, noi compresi cioè. Non sono riuscito a fare quasi nulla di ciò che avevo in programma, anche per altri motivi, ma rileggo le quattro colonne su cui si è edificato il giorno e capisco di essere stato molto vicino ai bambini – più di quanto accade in genere di poter fare – bambini di un anno al massimo. E mi sento rimbambinito, che significa: perfettamente lucido e paradossalmente contento.

Fluttuazioni

Da qualche parte ancora i figli del Sessantotto protestano, senza sapere come andrà a finire. Da qualche parte ancora i palermitani del 1992 vibrano contro la mafia, senza conoscere delusione. Da qualche parte ancora l’occidente si sente unito, senza dubitare dell’11 settembre. Da qualche parte ancora gustiamo insieme il pranzo domenicale in villa, ignorando i morsi della lontananza. E quel grumo energetico di figli e palermitani e occidente e noi stessi, e altro ancora di precisamente luminoso, fluttua nell’aria aspettando solo di poter radunare un’altra volta le sue molecole. La vita è per la maggior parte la lenta gestazione di un’epifania, figlio che mi dai le spalle giocando sul libro sonoro a dirigere con mano sospesa la musica breve di ogni pagina. Ed è lunedì, e nessuno crederebbe mai possibile una cosa del genere il lunedì.

Meno sei lontana

Luce, più duri meno sei lontana. Oggi ho sorpreso il sole infuocare il pomeriggio ancora dopo le cinque, nel punto di fuga tra i palazzi in fondo alla via – alzo la testa e il cielo inaugura mille virate dal celeste al verde arancione. Domenica siamo stati al parco antico e per la prima volta ho visto mio figlio strappare a ruota i fili d’erba dal prato alto ai margini del telo – impeto di gioia. Dopo otto giorni che l’Etna divampa nella notte arrivandoci con foto e video strabilianti, oggi a Palermo si sono svegliati con la cenere sui terrazzi e nei balconi (spingi ancora, materia dalle viscere, copri la distanza, io ti aspetto, spingi nell’aria e arriva fin qui, dammi il bisogno di pulire a terra in preda allo stupore, spingi, sorvola Pompei, cadi al centro di casa mia, faccio un buco nel tetto dell’edificio e metto un cartello accanto all’antenna televisiva: isola madre nel cuore, prossima uscita). Stamattina, dalla mia camera tutta in penombra avevo comunque il sole in mano, era appeso a una lenza lunghissima e tirava guizzando nelle stanze degli altri collegati alla stessa riunione da città sparse in tutto il paese. Poco fa, mentre sparecchiavo ho sentito mio figlio giocare con sua madre facendo l’esatta risata di uno scoiattolo che vola tra i rami più fini degli alberi. Un elenco non basta, ma niente che riguardi la luce può bastare, questo disordine amoroso è il massimo traguardo. Luce, del tempo fai grovigli e lo rivolti, lo spazio trema quando passi, ti nascondi in stormi di cenere migrante, non so come fai come faccio, come farei, altrimenti. Tu mi hai insegnato tutto.

Che bel momento

Dura poco ma se capita mi viene di sottolinearlo, come per istinto. C’è da dire che io vivrei sempre in penombra, vuoi per un fatto di atmosfera, vuoi per non strafare in bolletta. Eppure, abito con chi ai primi inciampi della luce – sia nell’acerbo pomeriggio, sia in un mattino di nubi – non reputa mai sufficiente accendere un lumetto o una piantana. Come se dovesse ogni volta infilare la cruna di un ago o decifrare una glossa medievale nelle tenebre più fitte, anche a mezzogiorno ripeto, al primo inciampo di luce lei accende il lampadario centrale della camera e, se disponibili, tutto il corredo di lumi abat-jour lampade da tavolo e compagnia bella. Capita però di andare da una stanza all’altra, la sera o in una giornata senza sole. Si spegne la luce del soggiorno e si attraversa il corridoio immerso nel buio o nella semioscurità che avvolge anche la stanza in cui siamo diretti. È lì che succede. Non riesco a frenarmi. Un brivido mi passa dietro la schiena e a mezza voce dico sempre, tra me e me verso di lei, come a cercare di convincerla, Che bel momento! Ed è un momento davvero. Il tempo di sentirle accennare un sorriso, negli unici istanti in cui quella bellezza può valere anche per lei, perché sa che fra poco si torna all’abbaglio da stadio, ma un sorriso sincero – dico – per la gioia autentica di una conferma, sul fatto che lei mi conosce più di chiunque e allora si gode quella piccola concessione alla mia mania per la penombra, e quell’istante, ecco, già si congeda, fa le valigie, stacca il biglietto per la terra dei pensieri felici: finito, il buio pastoso che confondeva i contorni delle cose non c’è più. Per un attimo, comunque, c’è stato. Il buio. Il buio che mi fa dire bello, di un momento al suo centro.