Rosaria Costa

Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani… Vito mio, battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio… di cambiare… ma loro non cambiano… se avete il coraggio… di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro… loro non cambiano… di cambiare radicalmente i vostri progetti, i progetti mortali che avete. Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: “Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno”. Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo… Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue – troppo sangue – di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è amore per niente. Non voglio vedere nessuno. Io non sono qua. Continua a leggere “Rosaria Costa”

Inghiottire fulmini

Non ti uccidevano se non gli facevi male, non ti avrebbero isolato da tutti se fossi stato innocuo, non ti diffamerebbero se stessi al tuo posto, non monterebbero prove se fossi nel torto. Ma dopo la tua morte fisica e mediatica, finite le lacrime di tua madre e di tua figlia – sei vissuto tra Felicia e Letizia, nella gioia – il lumino della verità si è fatto fuoco grande, ci hanno soffiato sopra i compagni e i ragazzi che ti sono cresciuti intorno superando te e tutte le bufere mentre tu inghiottivi fulmini: finti biglietti suicidi e questioni di femmine, le tue stesse male parole e quella insolenza che usavi contro il potere ti hanno rivoltato contro – stai esagerando, sei uno sbruffone – fino al sangue sui binari e all’esilio dalla tua terra, Giuseppe parla parla, parla troppo, statti zitto.

Il sapore più amaro del mondo

Ho accusato il colpo e non ho queste parole. Nell’orrido muto della delusione aspetto di sentire davvero cosa risponderà Pino alle evidenze. Pino Maniàci, che fosse pazzo l’avevo capito subito andandolo a conoscere. Non si è mai dato tempo per pensare, per essere prudente mai: facile che abbia mischiato le buone cose fatte alle cose brutte sue personali, fatte anche quelle credendo vero di appartenere ancora solo a se stesso, mi sono detto oggi, e non a chi vedeva in lui un punto di riferimento. È sempre stato tutto un coacervo, tutto mischiato: Telejato era lui (non il ritratto intuitivo di un santo) e lui era Telejato (santificata per meriti reali e per necessità collettiva), identificazione che Orsatti chiede giustamente di spezzare; miscuglio per cui ai mafiosi parlava la loro lingua e spesso lasciava indietro la deontologia dei tesserini, usando maniere più che sufficienti a buttare il bimbo con l’acqua sporca per chiunque lo volesse. Nell’unico e remoto caso in cui riuscirà a spiegare tutto, questa di oggi è la solitudine dell’uomo antimafia. Unico e remoto caso. Continua a leggere “Il sapore più amaro del mondo”

Maniàci, concorrenza sleale

Non lo abbiamo pestato noi, non lo abbiamo strozzato noi, non gli abbiamo bruciato la macchina noi, non gli abbiamo impiccato i cani noi. Ora lo possiamo dire: Pino Maniàci ha fatto tutto da solo, ci ha rubato il mestiere. Da tempo sapevamo che voleva entrare nelle estorsioni, ma senza padrini; voleva mettersi subito in proprio, il pezzo di merda, senza passare dal banco. Dopo tutte quelle montature però, gli anni passati a incularsi da solo, non aveva ancora mai provato a riscuotere. Appena ha alzato il telefono con la persona sbagliata invece abbiamo saputo che puntava alle reputazioni politiche. Niente attività commerciali, lo stronzo ha capito come gira il mercato. Avvertire la procura di Palermo è stato un attimo: fatelo smettere, è concorrenza sleale. Ma non vogliamo detto grazie. Siamo vostri amici, noi.