Ninfee

La pioggia incessante che apre voragini sulle statali e trascina gli uomini fuori dalle macchine, come stamattina è accaduto sulla Pontina, vicino San Felice al Circeo; questo maltempo che accorcia ulteriormente il giorno buio di novembre negli interruttori già accesi a ora di pranzo in cucina; tutto questo sciogliersi dei cieli nella grande serra che è diventata la casa comune, un giorno trasformerà gli ultimi rimasti in tante belle ninfee adagiate sull’acqua. Tale è lo spirito di adattamento dell’uomo, sopravvissuto già all’era glaciale e ora chiamato a questa nuova sfida: diventare ninfea nel grande ricominciare placido e lento del creato. Sì, i pochi ultimi di noi residui saranno ninfee aperte al nuovo sole in petali bianchi, gialli, rosa, violetto e azzurri. Saremo fiori acquatici molto grandi e decorativi. Non faremo più male a nessuno.

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Scandalo

Non c’è pornografia o altra indecenza che tenga, il mio unico vero scandalo è la morte. La morte di chi uccide, la morte di chi è ucciso. Chi si scandalizza, ho sempre detto agli amici, lo fa perché non conosce abbastanza l’oggetto che ferisce la sua piccola morale, le dinamiche, le relazioni tra le persone protagoniste del suo scandalo, le loro motivazioni, il loro vissuto. Non c’è scandalo nell’omosessualità, nessuna vergogna nell’erotismo più estremo, niente di scabroso nella debolezza di un uomo che tradisce il suo mandato per delirio di potere o per eccesso di amore, e nemmeno nella bestemmia usata come puro intercalare da chi non riesce a stare al centro di se stesso. Niente mi fa stracciare le vesti, se non la morte inflitta o ricevuta. Inavvicinabile inconoscibile immotivabile, la morte data al simile è puro negarsi, trionfo della solitudine maligna, assurda volontà di rinnovare il primo anatema della nostra specie. Oggi, per esempio, mi chiedo come può occuparsi di qualunque altra cosa il cielo, illuminare i giardini o diluviare a novembre senza aver prima incenerito l’inferno libico, senza averlo ancora fatto sparire dalla faccia della terra.

Ragazzini

Sanguina il mondo intero e ogni giorno ovunque, sui lembi di pelle ancora buona dei corpi infettati che si riconoscono piano dopo i vent’anni e, crescendo, sempre di più. Ferite calde (sul corpo di una fede che si dica autentica), tagli profondi (sul corpo cianotico dell’ideale politico), squarci ripetuti (sul corpo interrotto del sogno lavorativo), dissezioni chirurgiche (sul corpo rimpicciolito degli affetti familiari e amicali), ferocia insuperabile (sul corpo in avvicinamento di un futuro genitoriale). Sarà che intanto, scalando altre età dalla loro verso il cancello, si perde contatto col mondo salvato dai ragazzini. Salvato nei vicoli di borgata che in estate brulicano di monelli sempre nuovi, nei sorrisi che gemmano sulle notti acerbe dei loro volti, nell’elettricità amorosa che li fa inespugnabili a ogni altra lama della vita, nella tensione a farsi domande serissime e trovare giocando tutte le risposte, nell’impertinenza delle storie che appartengono solo a loro mentre il mondo, che pure stanno salvando, cade a pezzi e frantumi. È questo contrappunto di salvezza che vale continuare a sentire ostinatamente sulla pelle; questo basso continuo, che voglio tenere con me fino all’ultimo udito e lembo ovunque sano del mio corpo ancora intero.