Le mie dita

Ieri sera in balcone, mano in tasca, ho sentito stringere un po’ il mignolo dove in genere tengo l’anello di nonna. Ma non lo avevo, era posato sul comodino accanto al letto. Sarà che ti penso sempre e ieri ho capito che ormai il mio mignolo sinistro è tuo per sempre. Poi però ho ricordato che tutti usano questo dito per misurare la parte più piccola in termini di qualità, come: Allevi non vale un dito mignolo di Bollani. E mi sono detto, no. Lei vale tanto. Ida, che mi comunicava la sua vita al pianoforte, dove il mignolo serve a cantare le ottave periferiche e inarrivabili, le più remote, sognate dalle altre dita che balzano a cavare anima da altri tasti. Così ho apprezzato la qualità unica di ciascun limite della mia mano, titolare delle occasioni che posso cogliere ogni giorno del tempo breve. Andare lontano (mignolo), dire a chi appartengo (anulare), toccare il profondo alle cose (medio), puntare l’ultimo orizzonte (indice), agguantare i sentimenti fuggitivi (pollice) – mi prendi la mano, accosti il dito al mio che gli corrisponde e scopri di nuovo che sono uguali, ti diverte ogni volta: vediamo, di chi è questo? Nostro, nonna.

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Mani bianche

Dal nodo alle scarpe al saluto da lontano, dalla ciocca di capelli scostata al bisturi usato in chirurgia, passando per la preparazione dei tortellini o la migliore alzata a pallavolo, ogni attività è definita da un gesto specifico in sé, e unico nelle varianti personali. La vita è questa arte del gesto: ogni cosa è il gesto che la accompagna perché un gesto accompagna ogni cosa. Le mani hanno una loro memoria e spesso camminano da sole: nel battere sulla tastiera, nel cambiare un pannolino, nel rollare una sigaretta. Siamo esseri u-mani, siamo fin dove ci arrivano le mani. I miei gesti unici sono il suono di una corda e l’anima di un burattino (e forse è giusto inserire anche la scrittura a mano ormai, fra i gesti straordinari). Il gesto che ho sempre sognato e ancora mi manca di provare è quello della lingua dei segni, incarnazione manuale del linguaggio, evidenza digitale di un insondabile mistero. Capite forse allora l’incanto che mi ha preso ieri sera sentendo un coro di mani bianche cantare Blu, di Mario Lanaro. Direte, voci bianche. L’avrei detto anche io, fino a ieri sera. Invece ho scoperto che un coro di bambini che canta riprendendo in Lis il testo del brano è detto coro di mani bianche. Ieri la platea era di udenti, quindi il canto accompagnato dai gesti era quello originale, ma mi hanno detto che i concerti per mani bianche, unicamente pensati per i sordi, accompagnano il testo in Lis con suoni diversi da quelli pentagrammati, che sarebbero percepibili dalle loro orecchie lontane. Ogni giorno puoi scoprire che le mani arrivano un po’ più lontano di quanto sapevi. Dove sono oggi le tue mani?