Preludio in mi minore

Largo: espressivo, tenuto sempre
abbiamo con dignità insieme
ogni anno al successivo
ballando in fine fino all’inizio.

E abbiamo con dignità insieme
volto in letizia la condanna del tempo
che per una tosse, una caduta
un freddo in più, un giorno
ci toglie alla casa e ci impone
le cure di chi ha un sangue diverso.

E ti dico, Sara, abiteremo per sempre
la casa memoria da cui nessuno
ci chiamerà fuori, nessuno
che ci definisca troppo in ritardo
o sterili per dare figli alla luce
da lasciare

– anche solo su un foglio
innumeri come le stelle del cielo,
come la rena che è sul lido del mare
largo: espressivo, tenuto sempre.

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Di questo passo

Stamattina mi sono alzato, sono andato in cucina per fare il caffè e non c’erano più i fornelli. Di questo passo, ho pensato, finirà per tornare il fascismo in Italia, il nazismo in Europa, la grande guerra di nuovo nel mondo: non credevo di dover fare qualcosa per evitare che gli oggetti ormai acquisiti svanissero così, un giorno. Fai montare la cucina agli operai, credi di averla sempre lì per te e invece dovevi fare qualcosa per garantirne l’integrità. Di questo passo, finirò con l’abitare una casa vuota, mi sono detto. Una volta conquistati i diritti, non li avremo garantiti per sempre; una volta sconfitto il fascismo, non l’avremo sconfitto per sempre; una volta detto ti amo, sarà necessario dirlo altre volte. In casa, però, restano ancora nell’aria dicembrina le tracce di nostra nipote che l’anno scorso ha fatto con noi il suo primo albero di Natale. Seguendo quelle tracce, Lucia ha appena finito di vestirlo: siamo senza cucina, ma l’albero c’è anche quest’anno. Forse, quando accenderemo le stelle gemmate dai suoi rami, stasera riappariranno anche i fornelli, ci faremo un pasto caldo e la sorpresa di stamattina sarà stata solo un avviso; un brutto presagio utile a farci agire perché mai si perda l’integrità della nostra casa.

Non è pensiero

Era bello poter liquidare tutto denigrando l’ipocrisia nera del calendario istituzionale. Potevo farlo perché ero ancora piccolo. Ora che sono grande, capisco che invece serve fissare un giorno dell’anno per la memoria, anche solo per fare sapere ai piccoli quando recitare la loro nenia: I giorni della memoria sono inutili, io ci penso tutto l’anno. Magari se lo chiedono davvero: ma io ci penso tutto l’anno? Che poi, sarà utile? Pensarci tutto l’anno, intendo. E dopo che ci pensi? Memoria non è pensiero. È sentirli correre ancora nella neve, vederli scappare dalle macerie di Aleppo o in fila disumana per un pasto lungo il gelo di un muro alzato quest’anno – vestiti uguale: di pelle e ossa sottili – ungersi le mani di nafta per farli salire in barca, mentre altri colano a picco.