Meno sei lontana

Luce, più duri meno sei lontana. Oggi ho sorpreso il sole infuocare il pomeriggio ancora dopo le cinque, nel punto di fuga tra i palazzi in fondo alla via – alzo la testa e il cielo inaugura mille virate dal celeste al verde arancione. Domenica siamo stati al parco antico e per la prima volta ho visto mio figlio strappare a ruota i fili d’erba dal prato alto ai margini del telo – impeto di gioia. Dopo otto giorni che l’Etna divampa nella notte arrivandoci con foto e video strabilianti, oggi a Palermo si sono svegliati con la cenere sui terrazzi e nei balconi (spingi ancora, materia dalle viscere, copri la distanza, io ti aspetto, spingi nell’aria e arriva fin qui, dammi il bisogno di pulire a terra in preda allo stupore, spingi, sorvola Pompei, cadi al centro di casa mia, faccio un buco nel tetto dell’edificio e metto un cartello accanto all’antenna televisiva: isola madre nel cuore, prossima uscita). Stamattina, dalla mia camera tutta in penombra avevo comunque il sole in mano, era appeso a una lenza lunghissima e tirava guizzando nelle stanze degli altri collegati alla stessa riunione da città sparse in tutto il paese. Poco fa, mentre sparecchiavo ho sentito mio figlio giocare con sua madre facendo l’esatta risata di uno scoiattolo che vola tra i rami più fini degli alberi. Un elenco non basta, ma niente che riguardi la luce può bastare, questo disordine amoroso è il massimo traguardo. Luce, del tempo fai grovigli e lo rivolti, lo spazio trema quando passi, ti nascondi in stormi di cenere migrante, non so come fai come faccio, come farei, altrimenti. Tu mi hai insegnato tutto.

Il bene soltanto

Canta l’unisono dei grilli nel giardinetto condominiale, beati misteri verdi negli interni dei palazzi romani. Il fiotto della fontana davanti alla pergola insiste nel tentativo di avvicinare il cielo chiaro di stanotte senza altre voci come la sua in perenne caduta sull’acqua. La luna si è già affacciata nella grande cava dei balconi accanto ai vetri accesi del vano ascensore. Nessuno torna a casa, nessuno esce passando accanto alle biciclette lasciate all’umido e ai ragni. Il mio bene soltanto viaggia nell’aria battendo ogni corsa volenterosa della luce, raggiungerebbe la più antica galassia prima di lei dove fosse un terminale che mi corrisponde. Mi parte dal petto, arriva nella stanza palermitana che lo ha generato e porta il carico buono della mia storia: a loro volta, da lì possono sentirlo. L’amore è l’unica rete senza fili che non dà malattie, anzi tiene viva ogni cosa e motiva al fondo tutte le opere che valgono il mio tempo breve. L’onda si nutre del bene che ancora mi sento voluto da chi pure non c’è più e da quelli che invece saltano ancora tra balsami e spine, credendo che la vita meriti comunque sempre più del suo opposto. E mi apro a una domanda come un bianco fiore di cactus: che cosa è davvero la pace?

Il segreto di dicembre

Non c’è affatto vento ma, come si deve, il freddo e tremano le foglie in balcone. Giuro, il basilico trema e non c’è vento: nemmeno lui sa come è durato finora. Fragile e verde, generosissimo. Ma è ancora qua. E oggi ha vinto anche il cielo, riuscendo a non cadere malgrado le nuvole fitte di mezza mattina. Sugli ultimi lumi del rosso, pare che adesso tremino i cornicioni addirittura. Commossi per quello che dura sempre meno e manco è detto che torni domani: la luce e l’asciutto nelle spine del gelo che pure abbiamo tanto aspettato. L’arrivo delle spine è stato accolto dal resto che c’era prima e non è sparito ma ha fatto loro spazio senza sciogliersi in pioggia né spegnersi in uggia. Così le belle e fredde giornate corte a dicembre sembrano dire questo segreto: è possibile avere tutto e pure insieme.