L’immigrato

Anch’io sono un immigrato e sono fiero di esserlo perché, se posso raccontarlo, significa che sono vivo. Non è stato facile arrivare, non c’era niente di scontato. Niente, fino alla fine. Cercavo condizioni migliori però, non potevo reggere ancora per molto restando dov’ero. Ricordo la difficoltà della partenza, il vincolo che mi tratteneva, la strettoia che ho dovuto passare. Saluti, nessuno: meglio partire senza tante cerimonie. Feci un bel respiro ma alle prime boccate scoppiai a piangere. Tremavo. Mentre ancora muovevo le braccia qualcuno mi lasciò una cicatrice. Guardate, è sotto la maglietta. Per fortuna, trovai subito chi mi accolse avvolgendomi in una coperta calda e pulendomi dalle scorie della traversata. Ormai mi avevano pescato ma credevo ancora di non farcela. Poi, passando da un controllo all’altro della nuova frontiera, fui investito da un odore. Era la pelle della mia nuova casa e mandava un suono che più tardi riconobbi come la mia lingua, la terra madre che madre era sempre stata. Per nove mesi.

Lampedusa 2013

Ne sono morti che ancora ci impressionavano, di fratelli verso Lampedusa sgomenta da richiamare a sé il papa fresco di nomina, e ora siamo a diversi anni dopo, che i pesci avranno fatto famiglia con le ossa annegate fra il continente emorragico e il nostro, seduto in poltrona a guardare la morte crescere ovunque come una pianta nei nostri occhi e chiederci, ma da noi quando verrà?, senza sapere che è già entrata nelle case a indurire i cuori e ammorbare le menti di chi, diversi anni fa, magari non diceva ancora di aiutarli a casa loro e non si chiedeva – come davvero mi chiedo io oggi – è rimasta davvero ancora gente da ammazzare nella terra dei signori delle macerie?