Nella camera

Attendiamo una vita che cresce sempre più nella camera, lasciando al vuoto delle strade la nostra vittoria contro l’infinitamente piccolo e invisibile. Molto viene alla luce durante il riparo da un’epidemia. Nella vigilanza dei primi sintomi, l’attesa di due persone diventa l’attesa del genere umano. Come l’aratro suscita i minerali negli strati fondi del campo, rovesciando zolle al sereno variabile di marzo, così la gabbia dei nostri abbracci rivolta la pelle al primo senso dei legami, antica necessità dei corpi. Galleggia il tempo all’ingresso del porto che dà il nome alla città. Negli ultimi giorni di chiuso, ha iniziato a sfilare sotto il balcone e sempre allo stesso orario, quando scende la sera, una creatura mai vista prima. La puntualità del suo passaggio, dall’inizio dell’epidemia, ricama davanti alla mia finestra l’attesa di un nome: continuerà a passare finché non glielo daremo. Quante volte ho creduto che Adamo ed Eva avessero esaurito il compito per tutti! E invece. Il sole ci chiede ogni giorno un battesimo diverso.

Quello che sono

Se la luce avesse una velocità molto inferiore a quella reale, io ci metterei del tempo per ricomporre il tuo viso a pochi metri da me. Non ti vedrei mai nel presente, così non mi vedresti tu, e saremmo tutti e due lentissimi nel ricostruirci a ogni battito di ciglia, muovendo anche di poco la testa, l’uno verso l’altro o fuori dalla finestra. Ma cadono giorni in cui è facile bruciare benissimo il tempo senza fare niente, immobili. Sono i giorni più simili a un fallimento, difficili da gestire: pur tentando un resoconto dei minuti e delle ore incenerite in casa, non si verrebbe a capo di niente. In quei giorni bianchi riuscirei però a esserti fedele anche se la luce fosse più lenta di com’è. Ti starei davanti e potrei dire che quel giorno l’ho usato per restituirti agli occhi quello che sono, il mio ritratto fedele: il mio sorriso che risponde vero a un sorriso, la mia parola che risponde esatta al labiale. Favolare un prova così impossibile, e favolare di superarla come frutto migliore della nostra vicinanza nel tempo, mi fa credere che anche a questa velocità della luce – alla sua velocità reale – io e te siamo fatti per ricomporci.

Questo nome

Questo è un pomeriggio islandese. In verità è un periodo islandese, molto più grande di quest’unico pomeriggio – più grande all’indietro e in avanti. Ma affiora soltanto adesso. Perciò decido di lasciargli questo nome, come una traccia. È un pomeriggio di scarsa luce ma vitalità certa, il disarmo e la gioia si mordono di continuo e tu capisci tutti: sia quelli che qui si annoierebbero a morte, sia Borges che definì l’isola sinonimo di felicità. In giro non c’è quasi nessuno, lo spazio invita al rimescolo del mazzo interiore. È un pomeriggio di frontiera, a un passo dai miei passi cadono i gorghi della terra estrema. I gesti sono tutti ultimi, penultimi al massimo, in equilibro tra il languore dei saluti e l’impazienza di arrivare sull’altra placca. Nel fiato condensato dal gelo come carta velina si aprono i miraggi degli altri periodi sottili, gli altri rari pomeriggi già vissuti simili a questo. Quale foto necessaria o canzone importante avrò infilato nello zaino? Da lontano l’orso polare sembra una pallina bianca, puoi stare anche un giorno intero a cercare di dargli un calcio, come recita una canzone inventata da mia nipote – sarà stato ieri, o forse l’altro ieri. Il tempo sfumato, sfumato nel gioco per nostra signoria su di lui: servirà anche questo nel sereno di una vita concepibile.

Una luce accesa

Oggi inizia il mese in cui andrò per mare dagli altri miei tutti e mi sento già scivolare sulla notte, saldo al parapetto in cerca delle lucciole nella spuma dello scafo. Ma resto ancora per settimane importanti qui al centro, e al centro del centro, che è la mia casa di Roma. Da qualche mese abbiamo un orologio a cucù molto discreto che canta solo se avverte la luce, tramite un sensore montato sul prospetto svedese della sua casetta. Il giorno e la piantana accesa lo invitano a uscire, annunciato da un lieve sottofondo di suoni del bosco. La sorpresa è stata sentirlo cantare anche sui soli lumini capricciosi e evanescenti dell’albero di Natale, fatto anzitempo con la nipotina passata a trovarci. Gli basta davvero poco, ho pensato in meraviglia, anche se ieri l’abbiamo colto indeciso. Verso le nove di sera, dalla cucina gli abbiamo sentito fare i primi due acuti e poi smettere. Ho detto a Lucia dobbiamo lasciare una luce accesa per lui. L’ho detto proprio io che a casa vivrei in penombra e sorveglio sempre il lievito della bolletta. Quanto si cambia per i motivi giusti nel tempo! Forse stanotte navigherò in sogno con lui tra le mani, curioso di sentire se anche le lucciole nervose del mare basteranno come invito degno del suo canto.

Chiaro

Quando per la buca di un sasso, seguendo il ruscello che l’ha roso col suo corso, scendi dall’ultimo girone al chiaro mondo, la gravità si capovolge e trovi che la discesa era l’unica uscita possibile al cielo di un nuovo ringraziamento. Il fuoco prima battente le viscere della terra ora è lontano, fisso alla volta notturna, stella tra le mille a cui appuntare gli occhi umidi in compagnia di un amico. Un invito. Nel buio aperto della campagna il tempo si fa cura inespugnabile, benedizione di una terra ancora fertile. Il desco attira le volpi fuori dal mantello nero: non parlano ma girano pazze tra gli alberi per il calore del nostro cibo. Vogliono il pane dei nostri sorrisi, il vino dei racconti, il dolce dei silenzi. Dopo un sonno di lucciole sopra il cuscino è l’alba, la sveglia del fresco e il suono argentino delle greggi al ritorno. Più tardi verrà un altro amico – passa sempre, ma sta poco. E saranno altri doni, mani intrecciate, luce di nylon al pizzico della corda.

Ritorno

La vera vita è un ritorno consapevole, è la decisione di tornare: l’amore è il motivo del ritorno. Da questa parte del mondo, le esistenze lunghe ormai non risparmiano bufere a nessun ideale, relazione o attività scelte all’inizio per istinto o a ragione. Tutto crolla almeno una volta, e si spalanca il metro dell’amore. Il ritorno non è affatto scontato. Il più delle volte si trucca da balzo in avanti, liberazione, ma è il ritorno a un sé prima negato. Altre volte è invece la conferma assurda dell’ideale, della relazione o dell’attività crollata su un limite inatteso: noia, dolore, distacco, disillusione. Le parole – ho capito – sono sugheri insufficienti ai naufraghi del tempo? Io ci ritorno lo stesso. Chi torna a qualcuno o a qualcosa, dopo averne vissuto il limite, non lo lascerà più e finalmente potrà coltivarne il mistero. Il silenzio che abita in mezzo alle note, la musica tenuta da certe scritture, la luce inspiegabile che fanno alcune coppie. Per ciò che dell’amore sta in oltre, scelta di campo a sconfitta già avvenuta, accoglienza delle piaghe spalancate: dimora dei comunque, dei nonostante, degli eppure, dei malgrado. Felicità imperfetta, perché di carne. Sangue infuocato sulla pace controversa della sapienza.

Oltre ogni certezza

È da un po’ che il tempo siamo noi due, io col naso all’antico vespro sui fori romani, tu occhi guardiani di bosco al centro del petto. I numeri per noi si sono perduti e i calendari passati sono ombre soltanto del nostro gioco, variante in primo piano o di sottofondo al resto, fatto credendo pure di essere soli. Non c’è falsità più grande della solitudine per noi. L’innesto che ci ha generati ha fuso l’impossibilità di stare insieme con l’istinto di appartenerci oltre ogni certezza. Gli umani dicono oltre ogni dubbio, in questi casi. In me e te, invece, la statica certezza di amarci per sempre è stata uccisa fin dall’inizio dall’assurda voglia di amarci per sempre. La voglia, non la certezza, ha trasformato per noi il tempo in giochi e sorrisi reperibili a ogni altezza del passato: abbracci e smorfie con tagli assurdi e ogni colore di capelli, cene e gite vestiti a regola sulla moda di turno, compleanni e funerali insieme su tutti i metri della luce e del buio. Ha smesso il tempo di farci correre intorno: adesso e chissà da quanto siamo noi a farlo ruotare. E lui cade al nostro centro, dov’è attrazione invincibile continua. Che rendersene conto e dirlo fa quasi paura.

Da piccolo

Tempo fa dissi a qualcuno come eravamo piccoli ieri. Era il primo gennaio, era scattato il numero nuovo, sulla carta c’era un anno da aggiungere e io posavo sul giorno prima lo stesso sguardo di Pinocchio davanti al burattino che era. Mi vedevo appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte, le braccia ciondoloni e le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stavo ritto. Oggi, la stessa malinconia. Sarà che dopo la finta domenica di ieri, primo maggio, la ripresa lavorativa stacca i motori più a fondo sul tempo in declivio. La sensazione resta comunque, nitida: da piccolo ero un cane randagio che annusava l’aria curiosando in giro tra i gomiti degli altri vivi in piazza San Giovanni, giocando a fare le spugne sotto la pioggia in attesa del prossimo artista. Ed era ieri. Appena ieri, quando si è piccoli e tutti sono sagome di fanciulle che giocano col cerchio sulla fuga di un cielo verde. Il pensiero di essere già oggi altrettanto piccolo rispetto a domani non dà riparo: l’ombra sotto i portici che ho davanti è solo olio indurito.

Di sangue

Cadono giorni di paura e fitte
nel turchese convalescente,
guardare in faccia il mistero
costa una ferita
da frequentare e domande
aperte per sempre.

Come una beffa la primavera
nasce dalla rugiada
delle tue notti insonni, amore mio
dal sole che ti esce
ora con gli occhi al glicine
gonfio di trauma.

Nell’altalena di fulmini
tra la camera vuota e la cucina
quando ti abbraccio
Dio mi attraversa, dice
la vita è più grande
di un solo giorno di sangue.

Perché noi rimaniamo, amore
come una preghiera
assurda sui crolli al telefono,
il vivo della nostra pelle
e questo magone
che inghiotte tutta la terra.

Una visita

Mettere in pratica un ascolto suscita gioia e movimento. Una ragazza incinta così fa una strana visita: c’è una sua parente assai più anziana, ad Ain-Karem, la zona più lontana del suo paese. La gravidanza è ancora in prima fase, ma il viaggio in carovana per le montagne terrorizzerebbe chiunque. Nulla invece è impossibile alla gioia, e la visita non ha freni: visita della quattordicenne alla cugina, di astronomi ai rifugiati, di genitori alla comunità e poi in proprio, senza più genitori, visita ovunque. Movimento. Le relazioni sono contagiose e la gioia, anche quella fraintesa, viaggia in fretta. Intanto, nel sale dell’attesa rispondente a ogni visita, chi si incontra confida all’altro auspici e intenzioni di cura per il veniente che è già lì. E danza nell’utero in sussulti di chiarezza: adesso il mondo pare un grembo e nella sua forma si capovolge facendo rotolare tutti i criteri del passato. Adesso beatitudine e miseria si cercano con furore di amanti. Da loro nascerà presto un’attenzione nuova, interesse e devozione; occhi di gioia assurda. E così un altro movimento, un’attesa e una visita.