Il mio nome

Poco fa, salutando la notte in balcone, ho sentito chiamare il mio nome. L’avrò certo confuso con qualche altro suono, tra i cigolanti carri dei netturbini e le ultime voci di chi rientra a casa dopo una serata alta con gli amici. Subito dopo però, mentre ancora chiudevo la finestra, mi sono detto: eppure qualcuno ci sarà nel mondo in questo momento, proprio adesso, allo stesso buio o già nell’alba di levante e forse ancora nel tardo pomeriggio dell’ovest, che starà chiamando il mio nome. Così è giusto dire che mi sono sbagliato solo in parte. Sì, è anzi più verosimile dell’altro, questo ultimo pensiero che mi sfiora di notte. Qualcuno ora e sempre chiama il mio nome.

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Nella vastità

Le nostre vite procedono qui alla costante velocità del tempo, tra mare piatto, lente salite e cadute di schianto per i muri alti delle onde. È già successo di chiederci, con lo sguardo cambiato, hai più saputo niente di cosa sono diventato ogni volta che ho preso altre decisioni? Ma nella vastità oceanica che ogni giorno misura la nostra distanza di abissi sempre più umani, e ci fa sentire perduti in creature ben diverse l’una dall’altra, io so che la mia stella e la tua sono rimaste vicine: nate dallo stesso fuoco, la notte brillano ancora accanto sulle acque generose del pianeta, e così pure faranno quando saremo polvere che fruga le radici degli alberi. Un mistero senza nome ci ha fatto compagni nella luce che fulmina i corridoi dell’universo.

Entrare nella vita

Entrare nella vita è l’espressione usata da Yeshùa nel cunto di oggi per indicare lo scopo del nostro abitare il mondo. L’esatto contrario della rinuncia che da secoli alimenta la retorica del sacrificio cara al veleno cattolico, rassicurante giogo al collo dei timorosi. Altro che rinuncia! Quell’esageratore dice addirittura che nella vita è meglio entrarci mutilati piuttosto che restarne fuori intatti. Vivere è passare strettoie, la possibilità di non vedersi ricrescere i brani di carne incagliati nei denti della cruna. Non per barattare i pezzi del tuo corpo con una salvezza ultraterrena, ma perché dall’altra parte della strettoia c’è qualcosa che per te vale più di tutto, c’è la vita su questo pianeta ecco, e allora devi passare. A volte, la porta per entrare nella vita però non si trova: è il momento in cui la porta siamo noi. Dobbiamo aprirci e dare transito a un’altra anima. Che è un’altra ma sarà pure la nostra, nuova. Dopo essere state aperte, infatti, le porte della vita non si chiudono mai sugli stessi cardini.

Il meglio

C’è stato molto caldo ieri e oggi nel grande fuori. Ho dato acqua al nostro verde finché l’imbrunire non ha fuso le piante col bordo delle aiuole in un tutto di immobile incanto. Nessun vivo ricorda di aver comprato almeno uno dei tubi sparsi ai margini della scalinata o nei vari giardini: potrebbero anche stare qui dall’invenzione del cielo. Nel frattempo il sole li ha scoloriti prostrati e spaccati, e nel rito lento mi sono schizzato fin sotto i piedi. Prima di rientrare in casa sono tornato bambino, ho sentito mie le urla di nonna che rimprovera nonno di portare il fango dentro. Rivedo le unghie all’insù dei suoi piedi e il laccio che gli tiene le braghe arrese alle tarme degli armadi. In questi giorni ho fatto anche altro in linea col nono mese: ho sistemato i libri del bisnonno, mi sono fatto tagliare i capelli da mia madre e ho riparato la cara vecchia sedia di lacci. Settembre è il meglio per decifrare le grafie sottili dei biglietti lasciati in mezzo alle pagine; per dire addio a legami che poi ritornano; il meglio per sentirti parte di una storia iniziata prima che nascessi. E seguire tante domande nel sospeso dei giorni a cui nessuno osa dare più il nome di estate.

Soglia

Sono davanti a una soglia, col giorno ancora non del tutto spento. Domani la passerò e sapere ma insieme non sapere affatto cosa mi aspetta, penso sia una buona definizione della parola vita. No, anzi: del verbo vivere. La vigilia è stata un atto di cura e stupore: stampare le parole giuste per domani e decidere a chi darle; ricevere un altro regalo e chiamare l’acquirente per dire grazie, scrivendo a mano su carta un pensiero per gli altri donatori; andare al vivaio, tornare in villa e piantare un oleandro bianco, l’unico nella fila di aiuole che sulla scalinata ospitano suoi fratelli solo rossi – la mia mosca bianca, la nostra mosca bianca; camminare fino al mare e fare l’amore con l’acqua calma e trasparente al vespro sul golfo di Mondello; risalire a casa e sentire l’odore del pane. Domani spezzerò un altro pane passando questa soglia. Per adesso, il varco riposa sotto una mezza luna. Un tappeto di grilli musica il passaggio del gran carro che indica l’asse di rotazione planetaria, impaesando in una camera a sud ogni uomo sulla terra.

Vieni

Vieni alla luce in un giorno di pioggia, tu che porti il nome di un vento favoloso, e mi ricordi che è luce anche questa sotto le nuvole, sono colori anche questi dei palazzi alberi e mobili di casa e del maglione che indosso, pur se arrivano tutti all’iride come traduzioni infinite dello stesso tono caligine. Adesso ho capito il motivo della forma che ha il mondo, adesso, ed è l’impertinenza estrema della vita che mai tace di mezzo anche a mille devastazioni, manifesta in una sfera unica azzurra di incessante gravidanza. La pioggia batte in balcone e rinforza la trama nei miei verdi globi alla finestra inventando scie sonore di fiume sotto le gomme delle auto che passano. E questo angolo di pianeta si fa umido – umide le foglie della pianta rimasta fuori, umide le lamiere posteggiate da ieri, umide le parole di chi aspetta al semaforo – umido il pianeta com’è rorido di umore uterino chi nasce e rompe la membrana del massimo segreto. In un’ora qualunque del giorno, sotto ogni forma del cielo, effusa in qualsiasi tono di luce, viene la rugiada di un’alba che per un attimo ferma ogni altra vita in cammino. È passata da poco la mezzanotte, non so dire se il giorno è ancora lo stesso o se invece chiamarlo domani. So che tu vieni. Hai atteso la luna piena di novembre che si specchia sui tetti lucidi per trasformare le vite di molti.

Persone

Ci sono persone senza manici, che non sai come prendere, e altre che vanno prese con le pinze, sennò finisce che ti bruci. Tutte le altre vengono dette “alla mano”, ma tra loro molte restano fuori portata: sogni da una vita di prenderle ma fuggono sempre dietro un cancello. Alcuni non si riconoscono più, cercano sempre compagnia e, temendo agguati dei mostri, abitano case glabre di vetri e di specchi; altri invece hanno formato il gusto all’unico sangue che gli esce dalle ferite, si infiammano se li disturbi con gioie diverse e la loro speranza più alta è morire di questo languore. Molti esagerano all’inizio planando un giorno su altopiani rigogliosi in equilibrio tra le vette, pareggiando il numero dei molti che al contrario nascono pacati e poi vivono di continui picchi e precipizi. E c’è infine un’altra categoria: persone che credono di poter riassumere mirabilia in un solo capoverso. Felice di non essere tra questi, continuo a cercare i miei centomila, dando a ognuno uno strumento che faccia della mia vita un’orchestra.