Più amore

Serve più amore di prima, più amore di sempre. Più amore per gestire tanta conoscenza degli altri, tanto potere nelle nostre mani. E non esserne schiacciati in forma di giudizio e autoesilio. Come l’amore necessario a gestire bene i difetti peggiori e immodificabili che solo noi conosciamo dei nostri cari più intimi. Così serve più amore, per gestire al meglio le brutture del sistema umano collettivo uscite molto più allo scoperto negli ultimi decenni. Posso usare il potere per rinnovare critiche e giudizi, confermando a loro e a me stesso una distanza utile a definirmi. Oppure, userò il potere per lasciare che la genesi a me nota delle irriducibili brutture altrui mi faccia da balsamo per le ustioni immediate sapendo che ne provoco anche io negli altri e, finché posso contare sul bene di fondo che ci lega, posso scegliere di mantenere una vicinanza insostituibile. La vicinanza insostituibile e non eterna dei miei più cari amori val bene l’assimilazione dei loro tratti peggiori, quelli che conoscono in pochi e sono esposti al solo possibile peggioramento con gli anni. Per questo serve più amore di prima, più amore di sempre. Per chi, almeno, pensa che sia possibile ancora una vicinanza col mondo, una parola che nasca e venga restituita al presente così com’è, e non come vorremmo che fosse. Amore per il presente, anche nel furore più acceso di una proposta alternativa – ma in positivo, appunto, per migliorare la vicinanza reciproca – finché possiamo contare sul bene di fondo che ci lega all’esistenza, possibilità aperta di farci vivi ogni tanto.

Bene così

Oggi una coppia torna a casa con il figlio appena nato, dopo i due giorni canonici di osservazione in reparto. Rientrare in quelle stanze farà capire a tutti, cane compreso, che è successo davvero: adesso si trovano in un’altra parte della vita. Le emozioni sono tante e tutte con sviluppo a gomitolo, impossibile pettinare la matassa e dire “ora mi sento così e prima cosà”. Si prova tutto insieme, si piange e ride tutto insieme, tutto insieme si sbadiglia come grotte e si reggono svegli le colonne della notte. Gli spilli che la coppia sente crescere sulla pelle sono i raggi di luce che ne definiscono la muta, nemmeno si ha il tempo di conservare da qualche parte – per velleità museali – gli scarti legnosi della vecchia pelle, malgrado l’amore infinito per la prima nostra vita da burattini rimarrà sempre in fondo ai nostri occhi. Ma ecco, questo prodigio avviene più volte nella stessa giornata di oggi, e avviene ogni giorno e più volte al giorno ovunque sulla Terra. La creatura umana continua a nascere e dare pelle nuova ad altre creature già adulte e la notizia non primeggia nei mezzi di comunicazione, così come non si vede il sangue che corre nei vasi eppure è lui a tenere in piedi e in vita la possibilità di ogni gesto visibile, invece, e facile da candidare a racconto per ogni via – televisiva, telematica, stampata, radiofonica. Bene, allora, io dico: bene così. La microstoria invisibile tiene in piedi la storia raccontabile e raccontata perché più grande e solida, come il mantello terrestre offre il duro spessore su cui poggiano gli spostamenti di superficie. Male sarà quando inizieremo a vedere sui siti o nei tg le notizie di nascite e di coppie che tornano a casa col figlio appena arrivato. Perché allora il sangue nei vasi sarà fatto di altro, il mantello terrestre sarà indurito di casi opposti a quello della vita che fa nascere creature nuove – com’è ancora oggi – oggi che una coppia torna a casa, forse sono appena entrati, con il figlio appena nato. Eccoli. Benvenuto, Michele!