Eterno riposo

Forse hanno sbagliato la traduzione, o magari sono io che mi attacco troppo alle parole, ma c’è qualcosa che non torna in questa preghiera dell’eterno riposo. La religione stillata da uno a cui si torse l’utero per gli occhi chiusi dell’amico, tanto da entrare in grotta e svegliarlo, non può augurare alle anime proprio di tenerli chiusi in eterno. Se poi diciamo “riposo” perché è un concetto che implica un risveglio successivo, è solo scorretto definirlo eterno. Yeshùa non ha mai pronunciato o insegnato questa richiesta, non gli sarebbe venuto in mente. La luce perpetua serve forse a me, tenerla sulla memoria evanescente degli amori per cui dico la preghiera finché resto ancora qui a impiantarmi e cambiare forma per attecchire nella vita. È nel mio seme terrestre che spero riposino per sempre gli emigrati all’altra riva degli affetti. Anche perché è vero che la vita stanca, ma non serve certo l’eternità per riprendersi dalle sue fatiche: un periodo di riposo lungo anche il doppio degli anni passati sulla terra immagino basti a ricaricare le energie. Penso alla promessa fatta dall’inchiodato al ribelle accanto e dico: in paradiso non si dorme.

Gira voce

Qualcuno ha detto che nel 2017 sul pianeta Terra non morirà nessuno. Tanto nero è stato l’anno che vira al termine, da gridare desiderio di vita fino alla sua realizzazione massima nell’anno che verrà. Non sarà tre volte Natale, come disse Lucio, ma gira voce che questa imminente epidemia di vita investirà anche il regno animale. Nessuno stambecco inciamperà sulle verticali dei monti, gli gnu uccisi dai leoni si rialzeranno per riprendere la migrazione ciclica insieme alla mandria, nessun cane o gatto lascerà il padrone e i veterinari ne saranno contenti ma solo a metà. L’uomo in guerra, l’uomo delle piantagioni in sud America, l’uomo nei quartieri neri di Napoli, l’uomo chino al duce coreano, continueranno tutti a sparare all’uomo col sangue rosso, quello che si nutre mangiando dalla bocca ed è venuto al mondo da una madre allo stesso modo. Ma appena i cecchini avranno girato le spalle coi fucili svoltando il colabrodo di cemento ancora in piedi fra le rovine di Aleppo, ecco che l’uomo, la donna, il bambino si riavranno da terra. Non ci sarà nessun giornalista a raccontare l’assurda eccezione del 2017, nessuno vedrà arrivare in spiaggia gli affogati col respiro di nuovo sotto il cielo, tutto avverrà senza che anima se ne accorga. Solo alla fine dell’anno prossimo ci stupiremo, ce lo diranno i preti e i becchini rimasti a bocca asciutta, diranno, ma voi uomini tutti dov’è che siete spariti?

Crescere

Ti sembra a volte il mondo così distante che infine capisci il bisogno di crescere, spesso rimproverato dagli altri fra le tue mancanze da colmare. Allora vuoi crescere, crescere senza fine di braccia e di gambe e ogni anno siano più lunghe, per arrivare di nuovo al paesaggio, sfiorarlo almeno ancora una volta il dì, stante mondo che più non ti tocca, più non ti scalda, più non ti guarda. Ogni anno avere arti sempre più lunghi e così fino alla morte, che agli alberi la falce dovrà amputare anni luce di legno in più, per la misura di ogni lunga, lunghissima cassa da sotterrare in cimiteri come autostrade.

Aleppo

Tanti sono morti e spariti che non si potrà mai più vivere in questa città spezzata, le bombe cadute dal cielo hanno fatto da semi per l’odio e Aleppo ora è tutta vegetazione. Il sole non trova più carne da scaldare ai lati del muro tra governativi e ribelli, nessuno potrà vivere di nuovo insieme a nessuno in questo poligono di droni. Passata la calamità innaturale, resterà solo un cretto di polvere e i vivi saranno costretti a rifare da zero interi paesi accanto a ruderi presi da erbe che non volevano crescere. Le poesie dovrebbero scriverle i morti e noi dire solo grazie, morte che annulli il tempo tra adulto e bambino, lo scarto che qui ci fa piangere di più.

Chagall

Chissà che sta facendo Chagall, come pura materia trasformata, intendo da buon erede del progresso scientifico, mica lo penso col cappello e le mani impiastrate di colore, no; ma chissà cosa farà in questo momento la sua metamorfosi, intendo, magari evaporata e già passata dall’aria al vuoto interstellare secondo la fisica quantistica ma pur sempre col suo nome finché ne esiste ancora la materia. Ecco, sì, allora cosa fa strano a dirsi: una polvere con un nome.

Palestina

Fra poco la morte cambierà nome: si chiamerà palestina, i morti palestini. Allora un uomo, raggiunto l’ultimo buco non ancora esplorato del pianeta, lo battezzerà “morte” e la tribù locale – insieme all’arrembante civiltà che si trasferirà lì – si chiameranno morti. E se ne parlerà in toni perfettamente normali, perché la paura e l’angoscia si saranno spostate su quell’altra parola. Quando palestinerà il vecchio capo tribù, l’intera comunità innalzerà un obelisco in suo onore indicendo il lutto nazionale. Per spiegare la cosa ai loro figli, le madri diranno che il vecchio capo ha raggiunto i nonni, nella terra bagnata dal Giordano di cui parlano i testi sacri e che un giorno, prima o poi, raggiungeremo tutti. Qualche bambino, ancora troppo piccolo per capire il concetto di palestina, farà spallucce e tornerà a giocare spensierato in giardino, sotto il cielo sereno di morte.

30/07/2014

Farsi vivi

Rare volte, la morte si fa viva in modo generoso e alle persone speciali regala un tempo aggiuntivo per educare chi resta al suo abbandono, come ultimo gesto d’affetto. La mente si annebbia con una lentezza che dura anni e riserva sporadici lampi d’amore forse già inconsapevole, ma sinceramente provato e dimostrato a ogni occasione di un contatto delle mani, una carezza sulle tempie, uno sguardo tenerissimo. Il tempio non si ciba più da solo e i devoti passano gli ultimi anni accanto a Elena, che si curi di farla mangiare e la pulisca, solo questo; il cuore è forte e batte una musica d’acciaio, i valori sono incredibilmente stabili. La pianista non soffre e non ha un solo tubo attaccato per stare in vita, respirare meglio o alimentarsi. Niente: è libera. Continua a leggere “Farsi vivi”

Vivere da lontano

Un uomo sapeva tutto dell’Isis e degli equilibri fra le potenze nucleari, quante persone morivano nei campi di lavoro in Cina, tutte le volte che Kim Jong-un petava a tavola e giustiziava i testimoni, le tratte dei mercanti di clandestini nel Mediterraneo, i nomi dei trafficanti di armi tra Europa e Africa, i numeri civici di chi non voleva la pace in Medio Oriente, le impronte dei massoni che pilotavano l’America e la misura di scarpe di Putin. Si riteneva, quell’uomo, molto più attrezzato degli altri contro il terrore globale che minacciava le persone agli angoli della strada o fra i banchi del mercato. Un giorno il suo vicino di casa morì, la ragazza che gli faceva la corte si mise con un altro, il negozio sotto casa cambiò gestione, il tizio che salutava sempre al bar aveva il viso scuro per la zia malata, la ragazzina alla cassa era contenta per lo sgamo con un compagno di scuola, e lui ricevette la foto whatsapp di un amico a cui era nata la prima figlia: reparto d’ostetricia, fiori sul tavolo, parenti accanto al letto, culla e calzini rosa. Sorrisi, ovunque. Beati loro che non sanno. Uscito dal bar, attraversò la strada e morì sotto un tram inciampando sulle scarpe slacciate.