Io sono magica

L’altro aspetto che a me piace molto è quello della poesia come principio magico, talismano e magnete, capace di attrarre a sé tramite la musica delle parole, che affascinano, stordiscono e convincono. È un’idea antica della funzione poetica. La poesia nasce orale e, fin dalle origini, alla parola cantata sono stati attribuiti poteri prodigiosi: le formule magiche stesse, presenti in tutte le culture antiche e nelle società tradizionali, sono spesso in rima o usano parole inventate che esaltano certe musicalità e possono essere assimilate alla poesia.
E così le preghiere, che sono una delle forme più alte e antiche di poesia e che hanno, tra le altre funzioni, quella di invocare l’avverarsi di determinate situazioni.
Lo stesso atto creativo, che ancora oggi è all’origine della poesia, da alcuni poeti viene percepito come atto magico.
«Io sono magica» dicevo quando ero piccola e non sapevo ancora leggere e scrivere. E non vedevo l’ora che arrivasse il giorno in cui i miei poteri si sarebbero manifestati in tutta la loro forza. Mi sarei resa invisibile, sarei passata attraverso i muri, avrei potuto leggere l’altrui pensiero, avrei parlato con i morti? No, mi sarei messa a scrivere poesie, sempre portatrici di un’energia atipica.

Francesca Genti, La poesia è un unicorno (2018)

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Mi hai insegnato tutto

Caro Roberto,

sono le 4 di notte di giovedì 30 e ho finito il disco. Avrei voluto parlarti questa sera ma sono solo nella casa di Roma e non ho il tuo numero a Teramo. Avrei voluto parlarti per dirti un sacco di cose, sul tuo disco, sul lavoro che hai fatto. Il disco è tuo. Mi hai insegnato tutto: ad aver rispetto e paura nello stesso tempo e amore per il mio lavoro; rispetto perché le responsabilità sono tante, l’impegno è totale le possibilità infinite, paura perché ho terminato da quattro ore e mi manca già. Mi sento un vuoto incredibile e una grande sensazione di insoddisfazione futura (vorrei ricominciare domani stesso) amore perché non venderei questo disco neanche per la vita di mia madre (forse ho esagerato) perché lo proteggerò anche a costo della mia vita, perché mi sento di cantarlo e suonarlo davanti ai re (se ce ne sono ancora) e davanti agli straccioni, ai sindaci ai matti e ai santi, perché fra debolezze congenite fra piccoli calcoli e squallide operazioni è timidamente nata in me una coscienza al di là di ogni sospetto, una coscienza che cancella ogni ritorno alla dolce tranquillizzante mediocrità che in modo grottesco e cialtronesco aveva, fino a poco tempo fa, bloccato ogni operazione creativa. Ho fatto, suonato pensato e cantato più musica in questi quindici giorni che in tutta la mia vita. Tu dovevi esserci. Ogni nota ogni accordo ogni inflessione della voce la verificavo fra me e me ma soprattutto tenendo presente quello che tu avresti voluto preferito o scelto e cantato. Il buffo è che avevo la sensazione che avresti cantato benissimo anche tu, ti saresti trovato al millesimo di battuta in modo perfetto e questo mi consolava e mi divertiva. Pensa che in questi quindici giorni non ho passato un solo momento di tristezza o di rassegnazione, mi sono sempre divertito ho riso con tutti e mi sono anche sentito molto buono. Ora è nato il grosso problema del sonno: non riesco più a dormire, mi sembra molto stupido e la notte cretino. Non vedevo il momento che arrivasse la mattina per cominciare a lavorare a cantare a tradurti e a tradurre in suoni sentimenti grida e anche battiti ritmici di cuore le tue idee. Credo che sia meglio parlarti un poco del disco: prima di tutto debbo dirti che i ragazzi del complesso sono stati formidabili instancabili e soprattutto pieni di convinzione direi quasi ideologica, praticamente quasi un miracolo!! Dopo i primi due giorni tutto sommato vissuti da noi tra l’indifferenza e anche lo scherno degli addetti ai lavori vi è stato un crescendo di interesse che ha coinvolto un poco tutta la gente della RCA (e anche gente che veniva da fuori) ed è stato un pellegrinaggio continuo dai fonici ai tecnici ai capilinea ai dirigenti gente che stava nel nostro studio sospendendo i propri lavori per sentire le canzoni. Era anche molto interessante tanto è vero che ho dovuto levare il cartello di “vietato l’ingresso” per non fare lo stupido e per non fare la figura del fesso. Alle dieci di mercoledì è venuto anche Melis con un altro pagliaccio che si chiama Fanti (uno che è stato nella legione straniera) e fra una serie di battute ironiche e di provocazioni nei miei confronti (vedi il titolo da lui proposto) ha dovuto ammettere la validità della cosa, e ti dirò che lo ha fatto anche con visibile piacere. Ora è chiaro che il disco non è tutto perfetto, la perfezione è ancora l’isola più lontana da raggiungere per me, ma con tutta l’umiltà che mi sento e con quella che purtroppo non ho penso che potrà piacere e anche molto. Sono le 5 e proverò di dormire. Spero che tu sappia perché ti ho scritto e spero che la mia follia da ex grafomane sgrammaticato non ti abbia stancato e infastidito. Vorrei abbracciarti e stare con te sulla tua poltrona (che ci sarà anche a Teramo) e bere il caffè di Elena (che saluto tanto) per tutta la vita. Al prossimo lavoro.

Lucio

Interstellar

Quest’opera è un capolavoro. Questa. Questa è la colonna sonora di Interstellar. Questa è la cancellazione dello spazio tempo, l’eternità degli ultimi giorni prima della consegna. È Charlie Parker che nel Persecutore di Cortázar dice: questa musica l’ho suonata domani. Questa è la mia gratitudine per Zimmer che vivifica il film di Nolan, e per Nolan che ubica le astrazioni di Zimmer. Questi siamo noi, già polvere dietro gli scaffali a chiamare figli e nipoti per farci ritrovare. È amore, la quinta dimensione. Abbiamo già finito tutto, questa vita: la stiamo già rivivendo. Presi nei giri sempre da attrazioni maggiori verso il centro.

Voce

Canta in me sempre e a volte ancora sento la voce bambina che muta col tempo e non solo è diversa dall’angelo acuto che ci accorda l’infanzia, ma è cambiata dai diciotto ai venticinque e da quelli a questi miei di oltre dieci maggiori. Anni. E in questi momenti sfiora la pelle tipo menta liquida a richiamare il fresco e il sapore acerbo che non ho perso, aspro dell’amore che fa un male d’immaginazione sovrana rispetto al vero che istruisce limiti di mani – un vero anche da scardinare con quell’amore, se pure a costo di ucciderlo via. Canta in me e somiglia a un languore purpureo tiranno che dall’oasi mi grazia di non avere più sete un istante, ma nel cuore un battito giunto dalla catastrofe remota che ha messo al mondo l’universo, al tempo il divenire, alla musica la mia voce e i suoi timbri cangianti, le altezze raggiunte, i profondi maturati, i colori dei suoi tessuti aerei in chiave di ventre e bemolle, vigilia, di si.

Le mie dita

Ieri sera in balcone, mano in tasca, ho sentito stringere un po’ il mignolo dove in genere tengo l’anello di nonna. Ma non lo avevo, era posato sul comodino accanto al letto. Sarà che ti penso sempre e ieri ho capito che ormai il mio mignolo sinistro è tuo per sempre. Poi però ho ricordato che tutti usano questo dito per misurare la parte più piccola in termini di qualità, come: Allevi non vale un dito mignolo di Bollani. E mi sono detto, no. Lei vale tanto. Ida, che mi comunicava la sua vita al pianoforte, dove il mignolo serve a cantare le ottave periferiche e inarrivabili, le più remote, sognate dalle altre dita che balzano a cavare anima da altri tasti. Così ho apprezzato la qualità unica di ciascun limite della mia mano, titolare delle occasioni che posso cogliere ogni giorno del tempo breve. Andare lontano (mignolo), dire a chi appartengo (anulare), toccare il profondo alle cose (medio), puntare l’ultimo orizzonte (indice), agguantare i sentimenti fuggitivi (pollice) – mi prendi la mano, accosti il dito al mio che gli corrisponde e scopri di nuovo che sono uguali, ti diverte ogni volta: vediamo, di chi è questo? Nostro, nonna.

Vespro alla Cala

La luce cala dal mattino fino a qui
vedi, sul teatro d’acqua
che sarebbe rimasto identico
lo sapevo, davanti al vetro
senza più te nella stanza – ormai
non ti affacciavi da molti anni,
ma scolorendo nella sera
oggi non regalerà albe agli antipodi
perché si china in cuore
e accende un giorno tutto mio,
devia la tua mano d’aurora
nei suoni che ti sentivo
nascere e mi sapevi nascere
standoti sempre vicino e nel canto.

Il giardiniere gentile

Il primo libro che ho già letto quest’anno nuovo di soli due giorni è Il giardiniere gentile di Silvia Salvagnini (Verbavolant edizioni). Dice in forma poetica i suoni del giardino e il giardino dei suoni incrociando le magie del giardiniere e quelle del direttore d’orchestra, musica della natura e natura della musica. I più attenti potranno dire che parla del tempo, che pur passando conta zero se fa da principale seme ai buoni frutti. Il libro è un piccolo oggetto delicato a forma di busta da lettera, una lettera che non sarete mai in ritardo a spedire alle persone a cui volete bene. Per questo, se avrete la fortuna di riceverla come è successo a me, non dovrete rispondere grazie, ma: anche io. Il tempo e la musica e la natura li ho visti poi ieri mattina, nel viso del celebrante influenzato che diceva messa alle Croci. Nella voce fiacca che porgeva le sue parole sempre essenziali, spoglie, ho soppesato la precarietà dell’esistenza. Come due piatti di bilancia favolando, i miei occhi sentivano il peso del suo corpo che d’improvviso cadeva a terra precipitando con la gravità accentuata delle cose inanimate, mentre io vedevo quasi uscire l’uomo dall’involucro che il soffio vitale non fa mai sembrare tanto di piombo. Può succedere da un momento all’altro, mi sono detto. Ora cade, no: ora! Ecco, adesso, cade in mezzo a questa frase, in braccio al sagrestano. Ma non cadeva e il miracolo era semplicemente questo, non cadeva. Il tempo dura finché lui non cade, mi sono detto; la vita è una partitura scritta su questo miracolo del non cadere gravi come sassi; i cicli della natura hanno un suono e un silenzio pronti ogni giorno al tuo ultimo respiro. Allora ho pregato per lui e per me insieme, le nostre parole corrispondano davvero alla carne di ciascuno miracolosamente in piedi. Non siano parole generiche, miracoli sprecati, ma storiche, figlie del tempo, traduzioni inaudite di una luce ancora accesa.