Voce

Canta in me sempre e a volte ancora sento la voce bambina che muta col tempo e non solo è diversa dall’angelo acuto che ci accorda l’infanzia, ma è cambiata dai diciotto ai venticinque e da quelli a questi miei di oltre dieci maggiori. Anni. E in questi momenti sfiora la pelle tipo menta liquida a richiamare il fresco e il sapore acerbo che non ho perso, aspro dell’amore che fa un male d’immaginazione sovrana rispetto al vero che istruisce limiti di mani – un vero anche da scardinare con quell’amore, se pure a costo di ucciderlo via. Canta in me e somiglia a un languore purpureo tiranno che dall’oasi mi grazia di non avere più sete un istante, ma nel cuore un battito giunto dalla catastrofe remota che ha messo al mondo l’universo, al tempo il divenire, alla musica la mia voce e i suoi timbri cangianti, le altezze raggiunte, i profondi maturati, i colori dei suoi tessuti aerei in chiave di ventre e bemolle, vigilia, di si.

Le mie dita

Ieri sera in balcone, mano in tasca, ho sentito stringere un po’ il mignolo dove in genere tengo l’anello di nonna. Ma non lo avevo, era posato sul comodino accanto al letto. Sarà che ti penso sempre e ieri ho capito che ormai il mio mignolo sinistro è tuo per sempre. Poi però ho ricordato che tutti usano questo dito per misurare la parte più piccola in termini di qualità, come: Allevi non vale un dito mignolo di Bollani. E mi sono detto, no. Lei vale tanto. Ida, che mi comunicava la sua vita al pianoforte, dove il mignolo serve a cantare le ottave periferiche e inarrivabili, le più remote, sognate dalle altre dita che balzano a cavare anima da altri tasti. Così ho apprezzato la qualità unica di ciascun limite della mia mano, titolare delle occasioni che posso cogliere ogni giorno del tempo breve. Andare lontano (mignolo), dire a chi appartengo (anulare), toccare il profondo alle cose (medio), puntare l’ultimo orizzonte (indice), agguantare i sentimenti fuggitivi (pollice) – mi prendi la mano, accosti il dito al mio che gli corrisponde e scopri di nuovo che sono uguali, ti diverte ogni volta: vediamo, di chi è questo? Nostro, nonna.

Vespro alla Cala

La luce cala dal mattino fino a qui
vedi, sul teatro d’acqua
che sarebbe rimasto identico
lo sapevo, davanti al vetro
senza più te nella stanza – ormai
non ti affacciavi da molti anni,
ma scolorendo nella sera
oggi non regala albe agli antipodi
perché si china in cuore
e accende un giorno tutto mio,
devia la tua mano d’aurora
nei suoni che ti sentivo
nascere e mi sapevi nascere
standoti sempre vicino e nel canto.

Il giardiniere gentile

Il primo libro che ho già letto quest’anno nuovo di soli due giorni è Il giardiniere gentile di Silvia Salvagnini (Verbavolant edizioni). Dice in forma poetica i suoni del giardino e il giardino dei suoni incrociando le magie del giardiniere e quelle del direttore d’orchestra, musica della natura e natura della musica. I più attenti potranno dire che parla del tempo, che pur passando conta zero se fa da principale seme ai buoni frutti. Il libro è un piccolo oggetto delicato a forma di busta da lettera, una lettera che non sarete mai in ritardo a spedire alle persone a cui volete bene. Per questo, se avrete la fortuna di riceverla come è successo a me, non dovrete rispondere grazie, ma: anche io. Il tempo e la musica e la natura li ho visti poi ieri mattina, nel viso del celebrante influenzato che diceva messa alle Croci. Nella voce fiacca che porgeva le sue parole sempre essenziali, spoglie, ho soppesato la precarietà dell’esistenza. Come due piatti di bilancia favolando, i miei occhi sentivano il peso del suo corpo che d’improvviso cadeva a terra precipitando con la gravità accentuata delle cose inanimate, mentre io vedevo quasi uscire l’uomo dall’involucro che il soffio vitale non fa mai sembrare tanto di piombo. Può succedere da un momento all’altro, mi sono detto. Ora cade, no: ora! Ecco, adesso, cade in mezzo a questa frase, in braccio al sagrestano. Ma non cadeva e il miracolo era semplicemente questo, non cadeva. Il tempo dura finché lui non cade, mi sono detto; la vita è una partitura scritta su questo miracolo del non cadere gravi come sassi; i cicli della natura hanno un suono e un silenzio pronti ogni giorno al tuo ultimo respiro. Allora ho pregato per lui e per me insieme, le nostre parole corrispondano davvero alla carne di ciascuno miracolosamente in piedi. Non siano parole generiche, miracoli sprecati, ma storiche, figlie del tempo, traduzioni inaudite di una luce ancora accesa.

La mia lingua

Un poco espressivo, dolcissimo, perdendo, crescendo, rinforzato, sempre legato, subito, tremolo, diminuendo, morendo. Sono solo alcune tra le indicazioni che i più grandi geni della storia musicale hanno usato nelle scritture dei loro capolavori. Fossero tedeschi, francesi, russi o di altre latitudini, la sola lingua degna di comparire sul pentagramma senza stonare in mezzo alle note, tollerata nel regno alieno della musica, era l’italiano. La mia lingua.

Nostalgia aliena

I meravigliosi gesti che facevamo per trovare una nave che ci portasse di nuovo a casa facevano splendido il pianeta in cui eravamo finiti. Avevamo le voci ancora sottili dei bimbi che sanno tutto e il posto di ogni cosa, ma presto il gioco si è ridotto all’esercizio di non dimenticare. Così ci sono cresciute piano delle ancore ai piedi e oggi ariamo campi negli abissi a testa alta: un mare di stelle solfeggia i nostri nomi come ritirate.

Canto

Come a noi piace il canto degli uccelli che fanno casa sui rami alti delle ville, forse a loro, a questi esserini del cielo, piace sentire noi quando parliamo. E solo per un banale equivoco l’uomo canta pensando di farsi prossimo al cielo. Perché quando ascoltiamo il canto degli alati è solo in realtà il loro linguaggio corrente, quello che usano per dirsi le cose, senza sapere che a noi si dà in forma temperata. Così è forse il nostro suono specifico, il nostro semplice dire, come di due amici che parlano scavando il tramonto, che più affascina i vivi sugli alberi; e non il canto – per quanto “naturale” – che gli giunge come nostra imitazione storpia del loro suono azzurro. Questa ipotesi, che nessuna scienza potrà mai scartare del tutto con prove o interviste ai diretti interessati, per dire l’inconsumabile sorpresa della famiglia di cui siamo parte, e di noi stessi.