Bene così

Oggi una coppia torna a casa con il figlio appena nato, dopo i due giorni canonici di osservazione in reparto. Rientrare in quelle stanze farà capire a tutti, cane compreso, che è successo davvero: adesso si trovano in un’altra parte della vita. Le emozioni sono tante e tutte con sviluppo a gomitolo, impossibile pettinare la matassa e dire “ora mi sento così e prima cosà”. Si prova tutto insieme, si piange e ride tutto insieme, tutto insieme si sbadiglia come grotte e si reggono svegli le colonne della notte. Gli spilli che la coppia sente crescere sulla pelle sono i raggi di luce che ne definiscono la muta, nemmeno si ha il tempo di conservare da qualche parte – per velleità museali – gli scarti legnosi della vecchia pelle, malgrado l’amore infinito per la prima nostra vita da burattini rimarrà sempre in fondo ai nostri occhi. Ma ecco, questo prodigio avviene più volte nella stessa giornata di oggi, e avviene ogni giorno e più volte al giorno ovunque sulla Terra. La creatura umana continua a nascere e dare pelle nuova ad altre creature già adulte e la notizia non primeggia nei mezzi di comunicazione, così come non si vede il sangue che corre nei vasi eppure è lui a tenere in piedi e in vita la possibilità di ogni gesto visibile, invece, e facile da candidare a racconto per ogni via – televisiva, telematica, stampata, radiofonica. Bene, allora, io dico: bene così. La microstoria invisibile tiene in piedi la storia raccontabile e raccontata perché più grande e solida, come il mantello terrestre offre il duro spessore su cui poggiano gli spostamenti di superficie. Male sarà quando inizieremo a vedere sui siti o nei tg le notizie di nascite e di coppie che tornano a casa col figlio appena arrivato. Perché allora il sangue nei vasi sarà fatto di altro, il mantello terrestre sarà indurito di casi opposti a quello della vita che fa nascere creature nuove – com’è ancora oggi – oggi che una coppia torna a casa, forse sono appena entrati, con il figlio appena nato. Eccoli. Benvenuto, Michele!

Rimbambinire

Oggi ho riscoperto l’acqua calda, è stato bellissimo: ero con mio figlio e giocavamo col rubinetto del bidè. Aspettava l’apertura del miscelatore col fiato sospeso, irradiava luce da tutto il viso quando arrivava il flusso e rideva come uno scoiattolo quando infilava le mani nella pozzetta che attendeva di scolare. Oggi ho mandato un messaggio di auguri a una cara amica che ha partorito esattamente un mese fa, senza averla più sentita da allora ma immaginandola in piena metamorfosi e tutta presa a riconoscersi la pelle tra molte fatiche e innumerevoli albe. Oggi ho visto e condiviso la foto di un soccorritore della guardia civile che salva un neonato caduto in mare al largo di Ceuta, davanti al Marocco: una cosa prodigiosa. Il bambino levato dalle acque si è salvato nell’incontro fra buona sorte e azione umana, trasformando l’immagine in emblema di disperazione e contemporanea speranza. Oggi è nato il figlio di mia cugina che considero una sorella minore, è stato liberatorio per lei ma anche per noi, che abbiamo sentito uscire dal petto la memoria fisica del nostro arrivo sulla Terra da genitori. Parlando coi nonni e i vari zii – suo fratelli – ho fatto così gli auguri a tutti noi, noi compresi cioè. Non sono riuscito a fare quasi nulla di ciò che avevo in programma, anche per altri motivi, ma rileggo le quattro colonne su cui si è edificato il giorno e capisco di essere stato molto vicino ai bambini – più di quanto accade in genere di poter fare – bambini di un anno al massimo. E mi sento rimbambinito, che significa: perfettamente lucido e paradossalmente contento.

L’inutile previsione

A volte mi manca la quarantena. L’avevo inutilmente previsto, è realmente successo. In quarantena ogni cosa è giustificata e tu accetti molto di più gli eventi, nel bene e nel male. La quarantena è un’educazione ai desideri semplici, un invito a guardare la tua anima sulla piazza vuota, la fecondità scandalosa del silenzio, la meraviglia della città nuda, il collante umano dell’incertezza. Come durano poco gli insegnamenti della quarantena! Durano come il ricordo di un sogno che non supera l’ultimo sorso di colazione. Siamo di nuovo affamati di tutto. Anzi, siamo iper-affamati: vogliamo avere il possibile attuale e recuperare il possibile interdetto in quarantena. Che buffi! Pensavamo davvero di saper rinunciare a qualcosa. Pensavamo di poter imparare qualcosa. Pensavamo davvero che ci mancassero gli amici. Invece, era la nevrosi di star dietro a tutto che ci mancava; ci mancavano le mille occupazioni utili per non ascoltare; la possibilità di negarci alle chiamate degli amici. La finestra della clinica ostetrica davanti al mare, ricordo, era sempre accesa nella notte come un faro che guidava nel buio l’approdo delle nuove vite su questa terra. Adesso la finestra è una luce fioca tra le altre della gelateria davanti, della panineria spagnola in franchising a destra, delle mille macchine che corrono sulla strada accanto alle barche. Da quella finestra il battito dei tracciati ecografici usciva sotto gli alberi della piazza con la fontanella unendosi al canto degli uccelli e ai grilli elettronici del semaforo solitario. Ora il battito e i calci delle vite in arrivo sono soffocati dalle grida dei palermitani a passeggio nell’estate. Solo, ogni tanto, un piccolo gruppo aspetta davanti al portone della clinica e tu sai che non è in fila per il gelato; non fa il turno in panineria; non cerca un buco dove parcheggiare l’auto nella selva di lamiere che ha soffocato la piazza. Quel piccolo gruppo vive ancora un’attesa, una personale quarantena dal superfluo. Così, in mezzo alla volgarità del fracasso umano, continua lo sbarco della vita nuova. Ma è più difficile sentirlo, più complicato vederlo, quasi impossibile raccontarlo.

 

Versetti

La mia casa è l’alba, perché tu sei la mia nuova alba. La mia preghiera è l’ascolto dei tuoi primi piccoli versi, figlio mio. Stai scoprendo in questi giorni di avere una voce e di poterla usare. Con te in braccio davanti agli altri, i miei occhi dicono: vedi come viaggio nel tempo? Guarda l’elastico che mi riporterà all’infanzia da un’altra ottica, per poi lanciarmi come testimone oltre la mia corsa sulla terra. D’ora in poi sarò il tuo pontefice, anima carrabile fra te e il mondo, per tutto ciò che immagino d’avere imparato.

La mia casa è l’alba dei tuoi sorrisi col primo canto degli alati, nell’albero dietro la finestra. La mia preghiera è il sole che risorge sul mare al quarto piano della tua casa natale. Stai scoprendo in questi giorni di avere un volto e a volte con le mani non gli dai pace. Ma sei la mia pace, quando ti osservo aprendomi al tutto che ancora non conosco – ignoto che per la prima volta mi invita a entrare, dimora che mi aspetta.

Hai marchiato il mio tempo col fuoco di un atto irreversibile: averti è la certezza di non avere più accesso alla vita di prima. E la guardo come una teca dove brucia senza fine la fiamma del tutto che mi ha portato a te: mi servirà nel buio che dovrò ancora passare sapendo di averti accanto e che mi guardi. Figlio, ti ho dato il nome più simile di tutti alla parola futuro. E già ti vivo, nel presente. E già mi senti, genesi della tua Parola.

Quasi ogni pena

Il mondo può valere quasi ogni pena,
figlio che nascerai a chiunque
dopo questa attesa
dell’uomo, letargo al contrario
in primavera. Le tane si svuotano
e uno dal dormiveglia
in balcone ha avvistato animali
che prima non c’erano
– nessuno di loro si ferma
a cantare il prodigio del glicine in fiore,
tutti si chiedono invece dove sono
finiti i bambini. Ma loro
giocano, è vero, anche nel sonno
rovina amorosa di tutti
i genitori che ora stiamo diventando.

Vieni

Vieni alla luce in un giorno di pioggia, tu che porti il nome di un vento favoloso, e mi ricordi che è luce anche questa sotto le nuvole, sono colori anche questi dei palazzi alberi e mobili di casa e del maglione che indosso, pur se arrivano tutti all’iride come traduzioni infinite dello stesso tono caligine. Adesso ho capito il motivo della forma che ha il mondo, adesso, ed è l’impertinenza estrema della vita che mai tace di mezzo anche a mille devastazioni, manifesta in una sfera unica azzurra di incessante gravidanza. La pioggia batte in balcone e rinforza la trama nei miei verdi globi alla finestra inventando scie sonore di fiume sotto le gomme delle auto che passano. E questo angolo di pianeta si fa umido – umide le foglie della pianta rimasta fuori, umide le lamiere posteggiate da ieri, umide le parole di chi aspetta al semaforo – umido il pianeta com’è rorido di umore uterino chi nasce e rompe la membrana del massimo segreto. In un’ora qualunque del giorno, sotto ogni forma del cielo, effusa in qualsiasi tono di luce, viene la rugiada di un’alba che per un attimo ferma ogni altra vita in cammino. È passata da poco la mezzanotte, non so dire se il giorno è ancora lo stesso o se invece chiamarlo domani. So che tu vieni. Hai atteso la luna piena di novembre che si specchia sui tetti lucidi per trasformare le vite di molti.