Una fiducia immensa

In questa notte freddissima e serena di lucide stelle, c’è pure il vento che scuote camicie e lenzuola stese negli interni condominiali. Segnali concreti di una fiducia immensa: gli uomini di quelle case li prevedono asciutti entro domani, anche se dal mio balcone adesso è chiaro solo quanto stiano gelando, isteriche di umido. Chissà, forse a pochi metri da quegli orli si effonde un alito di lavanda. Appoggiato a questa fiducia non mia, sposto gli occhi di un metro e il ritmo di due balconi allumati per Natale mi domanda: per quale pubblico speciale si addobbano gli affacci interni dei palazzi? Forse, per chi ha bisogno di mutuare una fiducia, la stessa di quei lavandai che non conosco. Così mi preparo all’innesto imminente nella terra del ritorno, dove proveremo un’altra volta ad accordare le nostre mute alle mute vissute da altri quando noi non c’eravamo. E a un tratto, la fiducia che riusciremo a tradurci la pelle cambiata è tale da sovvertire anche ogni pretesa di canonica bontà: sosterrò il cattivo, se ha freddo e a Natale sogna un po’ di carbone per scaldare l’addiaccio di una ferita. Sarà bello già così, lasciare per qualche giorno la vita senza risposte e nella sua forma più autentica: l’abbraccio di un amico, il sostegno di un fratello.

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Strettoie

Vivere è passare strettoie. L’ultima che mi ha portato dall’altra parte ha trattenuto i baci di un amore radicale; confido di intravederlo in una fogliolina verde accanto alle altre che, dopo i vari passaggi, mi sono cresciute ogni volta sul fianco sinistro, appena sotto il braccio. Per questo, se sento dire agli altri sono felice non mi cresce l’invidia: anche loro hanno passato strettoie pagando un prezzo, la possibilità di non vedersi ricrescere quanto incagliato nei denti della cruna. Quelli che dicono di essere felici, e la loro felicità è viva e vera, hanno rivisto in forma di gemma i brani della carne che si erano lasciati dietro; quelli che si dicono felici, e la loro felicità è di plastica e cieca, non hanno visto ricrescere il bene immolato perché non hanno passato davvero alcuna strettoia: sono rimasti dov’erano, braccia esauste a cercare di tirarsi dalla loro parte il destino che invece li aspettava al di là di una rinuncia. A volte le foglioline verdi di chi ha passato la cruna diventano musica, altre volte si fanno scrittura; a volte fondano il lieve strabismo di chi vede i miracoli dell’altrove, altre volte incastrano il fascino di una salubre malinconia nell’autenticità del sorriso. In sogno capita di stilare l’elenco sempre più lungo delle foglioline che aspettiamo dall’altra parte. Il primo Natale ha cambiato in gemma la nostre ali d’angelo. L’ultimo sarà difficile distinguerci da un gomitolo verde.

Quasi giorno

Pochi giorni di vita ancora feriale e busseranno i fantasmi del passato e del presente e del futuro. Marley trascinerà dietro la porta le catene che lo attorcono allo strazio del rimorso. Viene a dirlo una sola volta: il Natale ti guarderà dentro parlando da una bocca gigante che fa la tua voce, ascoltalo e sarai vivo di nuovo. Tu hai paura ma non gli credi, puah!, spegni il moccolo di lato al cuscino e un buio arcigno ti rimbocca le lenzuola. Poi è la notte a cambiare forma. Ora voli sui tetti della vecchia città e dalla finestra ti vedi sgusciare tra le ginocchia dei nonni, la notte dei doni, via di nascosto ai piedi dell’albero allumato accanto al pianoforte; ora cammini per la città di stamattina e ti scopri senza più gambe da evitare, sono gli altri che si aprono come ali del mar Rosso per gli aculei del tuo guscio inossidabile; ora alberghi tra le croci dietro l’angolo, gli addetti alla pala commentano la solitudine di una cassa col tuo nome sopra, senza neanche merli sui cipressi per la grazia di un ultimo canto. Ormai è quasi giorno, l’alba a due passi. Avessi davanti almeno uno dei tuoi cari, gli urleresti dall’altra riva quante cose hai sbagliato. Mi dispiace di tutto, credimi, non lo rifarei, ora capisco. Posso starti accanto di nuovo? Pochi giorni di vita ancora feriale e si sentirà la risposta, sarà il mattino più azzurro.

Nota

Poco fa suonavo per i fatti miei, così, in pace. A un tratto ho sentito una voce che mi ha detto ricorda, non è perché suoni, non è perché suoni bene e sei intonato che la gente potrà perdonarti sempre tutto. Non è perché suoni e quando canti sembri un angelo che i tuoi devono sopportare a forza le tue bizze. Ho pensato no, certo, forse la musica aiuta; ma è il loro amore – non il mio canto – che spero mi accolga sempre. Il loro amore.

Farsi vivi

Rare volte, la morte si fa viva in modo generoso e alle persone speciali regala un tempo aggiuntivo per educare chi resta al suo abbandono, come ultimo gesto d’affetto. La mente si annebbia con una lentezza che dura anni e riserva sporadici lampi d’amore forse già inconsapevole, ma sinceramente provato e dimostrato a ogni occasione di un contatto delle mani, una carezza sulle tempie, uno sguardo tenerissimo. Il tempio non si ciba più da solo e i devoti passano gli ultimi anni accanto a Elena, che si curi di farla mangiare e la pulisca, solo questo; il cuore è forte e batte una musica d’acciaio, i valori sono incredibilmente stabili. La pianista non soffre e non ha un solo tubo attaccato per stare in vita, respirare meglio o alimentarsi. Niente: è libera. Continua a leggere “Farsi vivi”